I risultati di un’indagine Udicon-Piepoli. “Se molti cittadini non sanno dove finiscono le immagini della loro vita privata, significa che il sistema di tutele non è ancora adeguato”
Autore: Redazione SecurityOpenLab
Gli italiani si sentono più sicuri se hanno dei sistemi di videosorveglianza in casa, ma temono anche questi sistemi per la possibilità di accessi non autorizzati alle immagini della loro vita privata.
È la contraddizione che emerge da un’indagine realizzata dall’Istituto Piepoli per Udicon (Unione per la Difesa dei consumatori) sulla videosorveglianza domestica.
Secondo il sondaggio praticamente la metà degli italiani (il 49,6% per la precisione) dichiara di avere in casa almeno un sistema di videosorveglianza o una telecamera smart, con motivazione principale la sicurezza: il 72% ritiene che la presenza di una telecamera aumenti la protezione personale o familiare. Ma alla percezione di sicurezza si affianca appunto una preoccupazione che è altrettanto diffusa: il 71% di chi utilizza questi dispositivi teme che qualcuno possa accedere alle immagini senza autorizzazione.
I dati quindi come anticipato fotografano una contraddizione evidente: protezione e controllo finiscono per coincidere, trasformando la casa – luogo per definizione privato – in uno spazio potenzialmente esposto a rischi digitali non sempre pienamente compresi.
Le incertezze riguardano soprattutto la gestione dei dati. Il 34% degli utenti non sa dove vengano archiviate le immagini, mentre l’83% non è in grado di dire se i dati siano conservati su server situati fuori dall’Unione Europea. Un quadro che rende molto difficile per i cittadini valutare con consapevolezza le implicazioni delle proprie scelte tecnologiche.
Molta confusione anche sul ruolo dei produttori dei sistemi di videosorveglianza: il 29% degli intervistati ritiene che il produttore possa avere accesso alle immagini, mentre un ulteriore 27% non sa se questo avvenga. In caso di violazioni della privacy, il 38% degli utenti individua proprio nel produttore il principale responsabile: più di installatori, utenti stessi o istituzioni.
Non si tratta solo di sicurezza informatica. Il 27% degli intervistati ammette di essersi comportato in modo diverso all’interno della propria abitazione sapendo che la telecamera era accesa, segno che la videosorveglianza incide anche sulla percezione della libertà e dell’intimità nella vita quotidiana.
“I dati mostrano una realtà chiara: sempre più cittadini accettano di essere ripresi in casa pur di sentirsi più al sicuro, ma con forti timori e molte incertezze. La sicurezza non può diventare una scorciatoia che espone le famiglie a nuovi rischi, soprattutto quando manca trasparenza su come vengono gestiti i dati personali”, commenta in un comunicato Martina Donini, presidente nazionale di Udicon. “Quando una parte significativa dei cittadini non sa dove finiscono le immagini della propria vita privata o chi può accedervi, significa che il sistema di tutele non è ancora adeguato. Non è un rifiuto della tecnologia, ma la richiesta di regole chiare, informazioni comprensibili e responsabilità precise”.
Secondo la presidente di Udicon, “la diffusione delle telecamere domestiche rende necessario rafforzare la trasparenza dei produttori, garantire aggiornamenti di sicurezza efficaci e rendere realmente consapevoli i consumatori, affinché la protezione della casa non si traduca in una rinuncia inconsapevole alla privacy. La vera sicurezza domestica - conclude Donini - oggi passa anche dalla sicurezza digitale. Tutela dei dati, libertà personale e innovazione devono procedere insieme, senza zone d’ombra”.