Europol smaschera una frode da 50 milioni

Una operazione coordinata da Europol ed Eurojust ha portato a 10 arresti e al sequestro di quasi 900.000 euro in contanti. I call center albanesi operavano come aziende con 450 dipendenti.

Autore: Redazione SecurityOpenLab

Un'indagine congiunta delle autorità austriache e albanesi, con il supporto di Eurojust ed Europol, ha interrotto le attività di una rete criminale strutturata che gestiva una frode agli investimenti online su larga scala, con danni stimati in oltre 50 milioni di euro. L'indagine è partita dalle autorità austriache nell'estate del 2023 che avevano raccolto le denunce di un numero elevato di vittime a Vienna. Ad aprile 2024, attraverso Europol, l'Austria ha chiesto alle autorità albanesi informazioni relative a un indirizzo IP riconducibile ai presunti autori, aprendo così nel paese mediterraneo un'indagine penale autonoma e la costituzione di un Joint Investigation Team (JIT) supportato da Eurojust.

La fase operativa si è conclusa il 17 aprile 2026 con un'azione coordinata che ha portato all'arresto di dieci persone a Tirana, alla perquisizioni di tre call center e di nove abitazioni private, e al sequestro di 891.735 euro in contanti, 443 computer, 238 telefoni cellulari, 6 computer portatili e numerosi supporti di memorizzazione.

I call center erano strutturati come vere e proprie aziende, con una chiara suddivisione dei ruoli e una gestione gerarchica che coinvolgeva nel complesso 450 dipendenti, che operavano in reparti dedicati all'acquisizione clienti, fidelizzazione, finanze, IT e risorse umane. I responsabili di team supervisionavano le attività quotidiane, mentre i manager dei call center coordinavano l'intera operazione. Gli operatori lavoravano in gruppi da sei a otto persone, organizzati per lingua (tedesco, inglese, italiano, greco e spagnolo) e per mercato di riferimento.

Il meccanismo di frode seguiva uno schema in due fasi. Le vittime venivano attirate su piattaforme di investimento in criptovalute fasulle mediante inserzioni su motori di ricerca e social media, dove venivano affidate a cosiddetti retention agent che si spacciavano per broker professionisti e consulenti di investimento. Questi agenti gestivano i conti delle vittime, ricorrevano spesso a software di accesso remoto per prendere il controllo dei dispositivi degli utenti e le convincevano a effettuare ulteriori depositi tramite pressione psicologica. I fondi non venivano mai investiti, ma convogliati in uno schema di riciclaggio internazionale.

Le vittime venivano spesso ricontattate in seguito con proposte di recupero dei fondi persi, attuando così una seconda truffa perpetrata sugli stessi soggetti già colpiti. I dati digitali sequestrati verranno condivisi con le autorità investigative di tutti i paesi interessati, tra cui l’Italia.


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