L'analisi tagliente e senza filtri di Antonio Ieranò sulla cybersecurity moderna, tra competenza, irriverenza e verità scomode del cyberspazio.
Romanzo di emancipazione europea
Gennaio 2026
L’anno 2026 non iniziò con una guerra, né con un crollo improvviso.
Iniziò con una serie di frasi pronunciate a mezza voce, nei corridoi giusti, dai soggetti che contavano davvero.
Frasi come “non è più scontato”.
Come “dipenderà dal contesto”.
Come “gli alleati restano tali finché coincidono gli interessi”.
Europa le ascoltò senza rispondere. Non perché non avesse nulla da dire, ma perché riconosceva il tono. Era lo stesso tono che lei stessa aveva usato, per anni, parlando di stabilità, cooperazione, partenariato strategico. Solo che ora quelle parole le tornavano addosso, svuotate, riformulate, ridotte a clausole non scritte.
Gli equilibri che per decenni erano sembrati solidi si rivelavano improvvisamente condizionati, reversibili, negoziabili su tavoli non più multilaterali, ma selettivi.
Gli alleati storici non erano diventati nemici. Erano diventati incerti. E l’incertezza, in geopolitica, pesa più dell’ostilità.
Non si parlava più di valori comuni come fondamento, bensì di convergenze temporanee.
Non di fiducia, ma di compatibilità.
Non di cooperazione strutturale, ma di tolleranza reciproca.
Nel frattempo, le tensioni crescevano ai margini: economiche, tecnologiche, giuridiche. Non esplodevano, ma si accumulavano come stress su materiali progettati per un altro mondo. Ogni decisione sembrava presa altrove, ogni reazione arrivava in ritardo, ogni rassicurazione conteneva una postilla implicita.
Europa osservava tutto questo con la sensazione inquietante di chi scopre che le garanzie su cui aveva costruito la propria sicurezza non erano state revocate, ma semplicemente ridefinite senza preavviso.
Il 2026 iniziava così: non con il rumore dei carri armati, ma con il silenzio dei meccanismi che smettono di essere affidabili.
Con la consapevolezza che gli equilibri precedenti non erano stati violati, ma superati.
Con la speranza, quasi superstiziosa, che non andasse peggio.
E tuttavia, nel profondo, Europa sapeva già che non sarebbe stato possibile tornare indietro.
Perché quando gli alleati diventano contingenti, la dipendenza non è più una scelta politica, ma un rischio esistenziale.
Ed era di questo rischio, ancora senza nome, che questo romanzo avrebbe dovuto occuparsi.
Europa non seppe indicare un momento preciso in cui aveva smesso di essere padrona dei propri strumenti.
Non esisteva una data da cerchiare, né un documento da esibire come prova. Nessun atto di resa, nessuna dichiarazione solenne, nessun “qui abbiamo sbagliato”.
Era accaduto lentamente, come accadono le trasformazioni che nessuno ha interesse a nominare.
All’inizio c’era stata solo praticità.
Una scelta efficiente, spiegata bene, sostenuta da numeri rassicuranti. Poi era arrivata la razionalità: consolidare, esternalizzare, concentrare. Infine l’abitudine, che è sempre la forma più sofisticata di oblio.
Ogni passaggio aveva avuto il volto della modernità.
Ogni rinuncia era stata temporanea.
Ogni dipendenza era stata chiamata collaborazione.
Quando Europa se ne accorse, abitava un sistema che funzionava perfettamente, ma solo a condizione che qualcun altro continuasse a volerlo far funzionare.
Da giovane, Europa aveva diffidato degli imperi.
Li aveva studiati, analizzati, smontati nei manuali di storia e nei trattati di diritto. Aveva imparato che il potere, quando si concentra, non chiede permesso. Aveva sviluppato un culto quasi ossessivo per l’equilibrio, per la separazione delle competenze, per il limite come virtù politica.
Per questo aveva guardato con sospetto ogni forma di centralizzazione.
E per questo non aveva riconosciuto l’impero quando si era presentato senza bandiere.
Non c’erano eserciti schierati ai confini, ma servizi distribuiti.
Non c’erano governatori, ma account manager.
Non c’erano decreti, ma aggiornamenti silenziosi, rilasciati di notte, applicati al mattino.
Europa aveva accolto tutto questo con sollievo.
La pesantezza del passato sembrava finalmente superata. Il mondo nuovo prometteva leggerezza, velocità, astrazione.
Il peso, però, non era scomparso. Si era solo spostato.
Il cloud era arrivato come una promessa di libertà.
Liberarsi della materia, dei server, della manutenzione. Delegare ciò che era complesso per concentrarsi su ciò che contava. Spostare l’infrastruttura altrove, come si spostano le cose ingombranti fuori dal campo visivo.
Solo che, col tempo, ciò che contava davvero aveva seguito la stessa traiettoria.
Prima i dati secondari.
Poi quelli operativi.
Poi quelli strategici.
Infine, quasi senza accorgersene, l’identità stessa.
Europa continuava a possedere le sue leggi, ma non i meccanismi che le rendevano efficaci. Scriveva diritti che venivano applicati su sistemi che non controllava. Parlava di sovranità come si parla di una casa d’infanzia, ricordandone ogni stanza ma non avendo più le chiavi.
Il diritto restava europeo.
L’esecuzione no.
Per molto tempo, questa discrepanza non produsse effetti visibili.
Il sistema funzionava. Le reti reggevano. I servizi rispondevano. Ogni allarme veniva archiviato come ipotesi accademica, come esercizio teorico.
Europa si convinse che la dipendenza fosse una parola eccessiva. Preferiva parlare di interconnessione. Di ecosistema. Di alleanza.
E come ogni alleanza che non viene messa alla prova, sembrava indistruttibile.
Airbus comparve nella storia senza clamore.
Non come simbolo, ma come organismo razionale.
Nei suoi uffici non si discuteva di ideologia, ma di modelli di rischio. Di catene di fornitura. Di esposizione giuridica. Airbus non temeva l’ostilità dichiarata. Temeva l’imprevedibilità.
Un ordine esecutivo.
Una sanzione incrociata.
Una ridefinizione improvvisa di priorità strategiche.
Nulla di tutto questo doveva accadere perché il problema esistesse. Bastava che fosse possibile.
Così Airbus cominciò a guardare il cloud non come una commodity, ma come una componente strutturale della propria sicurezza industriale. E ciò che vide non fu rassicurante.
Ogni percorso portava fuori.
Ogni dipendenza riconduceva a una giurisdizione altra.
Ogni piano di continuità conteneva clausole che non dipendevano da lei.
Europa osservava Airbus come si osserva qualcuno che ha capito prima.
Poi la frase.
La frase arrivò senza enfasi.
“Potremmo ritirare i servizi.”
Non era una minaccia, e proprio per questo fu devastante.
Era la constatazione di un potere già esistente.
Europa non reagì con indignazione. Reagì con una strana forma di lucidità. Capì che nessuna infrastruttura è neutra. Che ogni servizio essenziale è, prima o poi, una leva.
Non si trattava di cattiveria.
Si trattava di posizione.
Chi poteva andarsene, decideva.
Chi non aveva alternative, subiva.
I tecnici continuarono a spiegare che era troppo tardi.
Troppo costoso.
Troppo complesso.
Parlavano di scala, di latenza, di investimenti impossibili da replicare. Europa li ascoltava, ma cominciava a intravedere una verità più scomoda: l’impossibilità tecnica coincideva sempre con la mancanza di una volontà politica condivisa.
Il DNS, invisibile e onnipresente, continuava a risolvere nomi fuori dal continente. Le CDN decidevano cosa arrivava prima e cosa dopo, secondo logiche ottimizzate altrove. L’identità digitale restava frammentata, promessa eterna mai mantenuta.
Non mancava il sapere.
Mancava la scelta.
Sul piano giuridico, la situazione assumeva contorni quasi tragici.
L’Europa produceva norme raffinate, bilanciate, sofisticate. Ogni regolamento era una dimostrazione di intelligenza istituzionale. Ma quelle norme vivevano su infrastrutture che non rispondevano allo stesso ordine.
La giurisdizione extraterritoriale non aveva bisogno di essere applicata ogni giorno. Bastava che esistesse. Bastava che fosse credibile.
Il diritto europeo, privo di controllo sul piano tecnico, si scopriva fragile come una costituzione senza esercito.
Il 2026 avanzava così, senza scosse apparenti.
Un anno di comunicati, di rassicurazioni, di riunioni interminabili. Nessuna crisi dichiarata. Nessun crollo.
Solo una lenta, inesorabile sensazione di essere esposti.
Europa comprese, con ritardo ma con chiarezza, di non essere stata conquistata.
Era stata ottimizzata.
E l’ottimizzazione, quando non è governata, non libera. Vincola.
Non ci fu una ribellione.
Non ci fu un gesto plateale.
Ci fu qualcosa di più faticoso: una presa di coscienza.
Europa iniziò a capire che l’indipendenza non è un atto simbolico, ma una costruzione lenta. Che la cooperazione non può essere a senso unico. Che la neutralità tecnologica è una favola quando la tecnologia obbedisce a leggi precise.
Capì che senza integrazione infrastrutturale reale, la sovranità resta una parola elegante. Che senza alternative operative, ogni scelta è una simulazione.
La Certosa del Cloud non apparve come una fuga, ma come una necessità. Un punto alto da cui osservare il campo, finalmente senza illusioni.
Il romanzo non prometteva redenzione.
Prometteva consapevolezza.
E in Europa, la consapevolezza è sempre l’inizio di qualcosa di doloroso.
Esperto di cybersecurity con oltre 20 anni di esperienza, celebre per il suo approccio istrionico e spesso irriverente, e per la sua voce fuori dal coro. In questa rubrica condivide analisi approfondite e opinioni schiette su tematiche legate alla cybersecurity, mantenendo una prospettiva indipendente dal suo impegno professionale