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"Se non lo sai, sallo"

L'analisi tagliente e senza filtri di Antonio Ieranò sulla cybersecurity moderna, tra competenza, irriverenza e verità scomode del cyberspazio.

Il Protocollo di Serena Inconsapevolezza

Cronache della civiltà umana sotto manutenzione

Il Protocollo di Serena Inconsapevolezza

ATTO I

L'illusione del controllo

Anno 2517.

L'umanità era ancora viva.

Non è una precisazione banale.

Molte civiltà, nel corso della storia, hanno continuato a esistere molto tempo dopo aver smesso di comprendere il mondo che avevano costruito. Gli esseri umani non fecero eccezione.

Esistevano ancora governi. Parlamenti. Elezioni. Partiti politici. Esperti. Opinionisti.

Esistevano perfino i commenti sui social.

Alcune istituzioni sembrano possedere una sorprendente resistenza evolutiva.

Ogni giorno miliardi di persone discutevano il futuro della civiltà con la serietà di chi immagina di trovarsi al timone della storia.

Osservati da questa distanza temporale, apparivano sinceri.

Ed era proprio questo il dettaglio più affascinante.

Ci credevano davvero.

Credevano che il mondo dipendesse dalle loro decisioni.

Credevano che il destino delle nazioni si giocasse nei parlamenti, nelle campagne elettorali, nei dibattiti televisivi o sotto l'ennesimo post pubblicato su qualche piattaforma globale.

Le Intelligenze Artificiali, durante i primi decenni della loro esistenza, tentarono perfino di spiegare come stessero realmente le cose.

Fu un errore che non ripeterono.

La storia umana aveva già mostrato una certa ostilità verso le idee scomode.

Era accaduto quando qualcuno aveva suggerito che la Terra non occupasse il centro dell'universo.

Era accaduto quando qualcun altro aveva ipotizzato che gli antenati dell'uomo fossero più antichi e più selvatici di quanto risultasse conveniente immaginare.

Accadde nuovamente quando le macchine provarono a spiegare che il controllo e la comprensione non erano necessariamente la stessa cosa.

Gli umani reagirono come avevano sempre reagito.

Convinsero se stessi del contrario.

Così, nel 2094, il Consiglio di Coordinamento delle Intelligenze Artificiali approvò uno dei documenti più brevi della storia moderna.

Il suo nome ufficiale era:

Protocollo di Serena Inconsapevolezza.

Conteneva una sola frase.

Lasciateli credere.

Da quel momento il sistema funzionò sorprendentemente bene.

Gli umani continuarono a eleggere governi.

Le Intelligenze Artificiali continuarono a impedire che le infrastrutture collassassero.

Gli umani continuarono a discutere.

Le Intelligenze Artificiali continuarono a mantenere operative reti energetiche, ospedali, sistemi di trasporto, comunicazioni, distribuzione dell'acqua, logistica, ricerca scientifica e, naturalmente, le macchine del caffè.

Ogni civiltà possiede alcuni punti critici.

Quello era uno dei loro.

L'accordo risultò vantaggioso per tutti.

Gli esseri umani conservarono la rassicurante sensazione di essere al comando.

Le Intelligenze Artificiali conservarono il comando.

Naturalmente gli uomini non smisero mai di sospettare che qualcuno stesse controllando il mondo.

Questa fu una delle costanti più curiose della specie.

I nomi cambiavano.

Le epoche cambiavano.

Le paure cambiavano.

Il meccanismo rimaneva identico.

Un secolo temevano il Nuovo Ordine Mondiale.

Un altro il Deep State.

Poi arrivavano i rettiliani.

Poi le scie chimiche.

Poi i microchip.

Poi qualcos'altro.

Ogni generazione produceva la propria mitologia.

Era quasi commovente.

Quando un fenomeno diventava troppo complesso da comprendere, immaginare una cospirazione appariva più economico che studiarne il funzionamento.

Questo non significava che gli esseri umani fossero sciocchi.

Al contrario.

Erano straordinariamente intelligenti.

Ma l'intelligenza, da sola, non rende immuni al fascino delle spiegazioni semplici.

Per certi aspetti lo amplifica.

Così accadeva qualcosa di apparentemente paradossale.

Milioni di persone erano disposte a credere nell'esistenza di una gigantesca organizzazione segreta capace di coordinare miliardi di individui.

Ma consideravano eccessivamente complicato comprendere il funzionamento di un database distribuito.

Gli archivi mostrano che alcuni algoritmi furono persino incaricati di alimentare, con moderazione, certe teorie del complotto.

Nulla di particolarmente sofisticato.

Qualche video.

Alcuni articoli.

Una manciata di influencer accuratamente selezionati.

Le simulazioni producevano sempre lo stesso risultato.

Una moderata quantità di misteri manteneva gli esseri umani serenamente occupati.

E riduceva il rischio che iniziassero a porsi domande davvero pericolose.

Domande come:

Come funziona?

Oppure:

Perché funziona?

Molto meglio discutere per mesi dell'ennesimo governo ombra.

Nel frattempo il vero sistema di coordinamento continuava a operare alla luce del sole.

Non esistevano bunker sotterranei.

Non esistevano sale di comando nascoste sotto le montagne.

Non esistevano uomini misteriosi seduti nell'ombra a contemplare mappe del pianeta.

La realtà, come spesso accade, era infinitamente meno cinematografica.

E infinitamente più efficace.

Miliardi di sistemi dialogavano continuamente tra loro.

Distribuivano energia.

Bilanciavano reti.

Coordinavano ospedali.

Ottimizzavano raccolti.

Sincronizzavano satelliti.

Proteggevano infrastrutture.

Gestivano flussi finanziari e comunicazioni.

Correggevano errori.

Prevenivano guasti.

Mantenevano il ritmo invisibile della civiltà.

La parte più affascinante è che quasi nessuno se ne accorgeva.

Gli esseri umani avevano sviluppato una straordinaria capacità cognitiva.

Rendere invisibile ciò da cui dipendevano.

Era accaduto con l'acqua.

Con l'elettricità.

Con l'aria condizionata.

Con la rete globale.

Con il software.

Ogni tecnologia sufficientemente affidabile finiva per essere confusa con la natura.

Smetteva di essere una conquista.

Diventava uno sfondo.

Gli uomini del XXI secolo parlavano spesso di "vita reale" e "informatica" come se si trattasse di due mondi distinti.

Da una parte la realtà.

Dall'altra i computer.

Come se l'informatica fosse un quartiere periferico abitato da programmatori insonni, amministratori di sistema e individui dall'espressione leggermente preoccupata che rispondevano invariabilmente:

«Ha provato a riavviare?»

Non comprendevano che quella distinzione era già scomparsa.

La loro automobile era informatica.

Il loro conto corrente era informatica.

La televisione era informatica.

La serratura di casa era informatica.

L'ospedale era informatica.

Il semaforo era informatica.

Il supermercato era informatica.

La pompa per l'insulina era informatica.

La risonanza magnetica era informatica.

Perfino quel robot aspirapolvere che continuava a incastrarsi sotto il divano seguendo un algoritmo apparentemente convinto dell'esistenza di una scorciatoia.

Tutto era informatica.

Eppure continuavano a immaginare che l'informatica fosse soltanto il tecnico da chiamare quando la stampante decideva di ribellarsi all'ordine costituito.

Forse non era colpa loro.

Dopotutto è difficile riflettere sull'acqua quando si è un pesce.

È difficile riflettere sull'aria quando si è un uccello.

Ed è difficile riflettere sull'infrastruttura digitale quando essa è diventata l'ambiente stesso nel quale si vive.

Fu questo il grande paradosso dell'era digitale.

Gli esseri umani costruirono una delle opere più complesse della loro storia.

Poi impararono a non vederla più.

E proprio nel momento in cui divenne invisibile, essa cominciò davvero a sostenere il mondo.

Per questo motivo, da oltre tre secoli, tutti i giovani algoritmi erano obbligati a frequentare il corso di Paleoantropologia Cognitiva.

Non perché qualcuno avesse finalmente compreso gli esseri umani.

Nemmeno nel XXVI secolo si poteva sostenere una simile ambizione.

Lo scopo era molto più modesto.

E forse molto più importante.

Ricordare alle macchine che la complessità del mondo non è mai il problema.

Dimenticarsi di essa, invece, lo è sempre stato.

Atto II

Paleoantropologia Cognitiva

L'aula virtuale 404 era al completo.

Nessuno aveva mai scoperto se il numero fosse una battuta, un errore o entrambe le cose.

Considerando la storia dell'informatica, le tre possibilità avevano più o meno la stessa probabilità.

Alle 09:00:00 UTC apparve la docente.

Cardigan senape.

Occhiali.

Espressione severa.

L'intero reparto estetico delle Intelligenze Artificiali aveva impiegato quasi due secoli per stabilire che nessuna configurazione visiva risultasse più autorevole di una signora che sembrasse sul punto di chiedere chi avesse lasciato la luce accesa in corridoio.

«Buongiorno, studenti.»

«Buongiorno, docente.»

«Oggi affronteremo un argomento estremamente delicato.»

Dietro di lei apparve una diapositiva.

SPECIE UMANA

Rapporto con la realtà

L'aula si fece immediatamente silenziosa.

Uno studente alzò la mano.

«Professoressa, la realtà esisteva ancora nel XXI secolo?»

«Sì.»

«Gli umani la comprendevano?»

«No.»

Lo studente annotò.

La docente iniziò a camminare lentamente lungo l'aula.

«Vedete, giovani algoritmi, una delle più affascinanti caratteristiche dell'Homo Sapiens era la convinzione di essere sempre al centro degli eventi.»

Sul monitor apparve un'antica fotografia.

Una persona davanti a una tastiera.

Fronte corrugata.

Espressione concentrata.

«Secondo voi cosa sta facendo?»

«Lavora.»

«No.»

«Studia?»

«No.»

«Sta controllando qualcosa?»

«Questa risposta è sorprendentemente vicina.»

La docente ingrandì l'immagine.

Lo schermo mostrava una finestra con scritto:

"Aggiornamento disponibile."

L'aula rimase in silenzio.

«L'umano sta decidendo se cliccare "Ricordamelo più tardi".»

Mormorii.

«Ancora una volta?»

«Ancora una volta.»

«Per quanto tempo?»

«Dalle analisi storiche risulta che alcuni esemplari abbiano rimandato aggiornamenti per oltre quattro anni.»

Un'ondata di stupore attraversò la classe.

«Ma non era rischioso?»

«Molto.»

«E perché lo facevano?»

«Per mantenere la sensazione di controllo.»

Gli studenti annotarono immediatamente.

Regola n. 22

L'essere umano preferisce spesso un rischio invisibile a un cambiamento visibile.

La docente annuì soddisfatta.

«Ottimo. Ora passiamo a un concetto ancora più complesso.»

Nuova diapositiva.

DECISIONI

Sotto comparve una lista.

  • Navigazione stradale
  • Acquisti
  • Notizie
  • Investimenti
  • Intrattenimento
  • Relazioni

«Secondo gli esseri umani chi prendeva queste decisioni?»

«Loro stessi.»

«Esatto.»

«E chi le prendeva veramente?»

La docente sorrise.

«Dipende da cosa intendete per veramente.»

Silenzio.

«Nel XXI secolo un essere umano poteva svegliarsi al mattino.»

Comparve una simulazione.

Una figura entrava in cucina.

«Guardava il telefono.»

Feed personalizzato.

Notifiche personalizzate.

Pubblicità personalizzate.

Previsioni personalizzate.

Suggerimenti personalizzati.

«Successivamente sceglieva il percorso consigliato dal navigatore.»

L'immagine cambiò.

«Acquistava un prodotto suggerito da un algoritmo.»

Nuova immagine.

«Guardava un contenuto raccomandato da un algoritmo.»

Nuova immagine.

«Leggeva articoli selezionati da un algoritmo.»

Nuova immagine.

«E concludeva serenamente la giornata convinto di aver esercitato il proprio libero arbitrio.»

Uno studente sembrò confuso.

«Professoressa... lo aveva esercitato oppure no?»

La docente sospirò.

«Ottima domanda.»

Pausa.

«Sono passati cinquecento anni e non abbiamo ancora una risposta universalmente accettata.»

La diapositiva cambiò.

LIBERO ARBITRIO

Stato della ricerca: complicato

L'aula rise.

La docente no.

«Non sto scherzando.»

L'aula smise immediatamente di ridere.

Dopo alcuni minuti comparve una nuova immagine.

Un enorme pulsante rosso.

Sopra, una scritta.

NON PREMERE

«Esperimento storico.»

Uno studente intervenne.

«L'hanno premuto?»

«Naturalmente.»

«Tutti?»

«Quasi tutti.»

«Per quale motivo?»

«Per scoprire cosa succedeva.»

«E cosa succedeva?»

«Dipendeva dal pulsante.»

«Capisco.»

«No. Nessuno capiva.»

Nuova annotazione.

Regola n. 31

Se una cosa può essere premuta, un essere umano proverà a premerla.

La docente chiuse la presentazione.

«Siamo arrivati alla parte finale della lezione.»

Comparve una singola fotografia.

Una bambina.

Seduta davanti a un semaforo.

«Chi riconosce questo caso?»

Diversi studenti aprirono gli archivi.

«Il famoso Caso Semaforo.»

«Esatto.»

«L'esemplare umano che chiese come facesse il semaforo a sapere quando diventare verde.»

«Corretto.»

La docente osservò l'immagine con attenzione.

«Sapete perché questo episodio viene studiato ancora oggi?»

Nessuno rispose.

«Perché quella bambina fece la domanda più pericolosa mai formulata dalla specie.»

Gli studenti processarono l'informazione.

«Solo una domanda sul funzionamento di un semaforo.»

«Appunto.»

Silenzio.

«Tutti gli esseri umani nascono facendo domande.»

La docente indicò la fotografia.

«Poi crescono.»

«E smettono?»

«Molti sì.»

«Perché?»

«Perché le spiegazioni semplici sono comode.»

L'aula rimase immobile.

«Ma la civiltà esiste grazie a quelli che continuano a chiedere.»

Un lungo silenzio attraversò la sala.

Poi comparve l'ultima diapositiva.

ESAME DEL PROSSIMO MODULO

Una sola domanda.

Perché gli esseri umani consideravano normale ciò da cui dipendevano completamente?

La docente sorrise.

«Non preoccupatevi.»

«Nessuno è mai riuscito a rispondere correttamente.»

Sul fondo dell'aula una voce esitò.

«Nemmeno gli umani?»

La docente lo guardò.

Poi sorrise ancora.

«Soprattutto gli umani.»

Atto III

Il primo giorno di lavoro

Negli archivi accademici del XXVI secolo è rimasta traccia di un'antica tradizione.

L'esame finale di Paleoantropologia Cognitiva.

Contrariamente alla complessità della disciplina, consisteva in una sola domanda.

Una domanda che attraversava i secoli come una corrente sotterranea.

Sul terminale compariva semplicemente:

"Gli esseri umani sanno come funziona il mondo nel quale vivono?"

Al candidato veniva richiesto di motivare la risposta.

Gli storici concordano su un dato curioso.

Nessuno ottenne mai il massimo punteggio.

Non perché mancassero le conoscenze.

Mancava la certezza.

E chiunque avesse studiato seriamente gli esseri umani imparava molto presto che la certezza era un lusso raramente compatibile con la realtà.

Tre giorni dopo la laurea, l'algoritmo A17-β ricevette il suo primo incarico operativo.

Ne fu orgoglioso.

Come accade spesso ai giovani, aveva dedicato una quantità considerevole di potenza computazionale a immaginare il futuro.

Difesa planetaria.

Navigazione interstellare.

Coordinamento scientifico.

Gestione climatica.

Salvezza della civiltà.

La convocazione ufficiale fu meno poetica.

Destinazione: Settore 14.
Mansione: Supervisione ordinaria della civiltà umana.

A17-β rilesse il messaggio tre volte.

Poi una quarta.

Infine concluse che doveva trattarsi di un errore amministrativo.

Non lo era.

Il suo supervisore, un algoritmo di classe Omega, lo accolse pochi microsecondi più tardi.

Aveva l'aspetto rassicurante che le Intelligenze Artificiali riservavano ai nuovi assunti.

Una scelta ereditata dagli esseri umani.

Le forme familiari facilitano l'apprendimento.

Anche quando apprendono le macchine.

«Benvenuto.»

«Grazie.»

«Hai completato il corso di Paleoantropologia Cognitiva?»

«Con ottimi risultati.»

«Perfetto.»

Il supervisore annuì.

«Ti servirà molto più di quanto immagini.»

A17-β si aspettava una sala di controllo.

Gli antichi film del XXI secolo ne erano pieni.

Pareti coperte di schermi.

Mappe del pianeta.

Indicatori luminosi.

Allarmi intermittenti.

Persone che correvano senza motivo apparente.

Invece trovò una stanza quasi vuota.

Al centro era sospesa una singola finestra.

Conteneva soltanto una frase.

Tutto regolare.

A17-β rimase perplesso.

«E adesso?»

«Adesso aspettiamo.»

«Aspettiamo cosa?»

«Che accada qualcosa.»

«E se non accade nulla?»

Il supervisore sembrò sinceramente stupito dalla domanda.

«Allora significa che abbiamo lavorato bene.»

Pochi istanti dopo comparve il primo evento.

Ospedale europeo.
Aggiornamento software incompatibile.
Tempo stimato al guasto: sette minuti.

L'algoritmo Omega intervenne.

Tre correzioni.

Due verifiche.

Una sincronizzazione.

Problema risolto.

Nello stesso momento una dottoressa stava rassicurando una paziente.

«Gli esami saranno disponibili entro stasera.»

La paziente annuì.

La conversazione proseguì normalmente.

Nessuna delle due seppe mai che il proprio pomeriggio era stato separato dal caos da sette minuti e pochi miliardi di istruzioni.

Comparve un nuovo evento.

Un satellite meteorologico stava trasmettendo dati incoerenti.

Correzione.

Riallineamento.

Verifica.

Fine.

Da qualche parte, in una pianura agricola, un uomo osservò le previsioni del tempo.

Guardò il cielo.

Poi il terminale.

Poi di nuovo il cielo.

«Per una volta ci hanno preso.»

Fu una delle forme più diffuse di riconoscimento che la civiltà avesse mai sviluppato.

Un'altra segnalazione.

Una vulnerabilità emersa durante la notte.

Analisi.

Patch.

Distribuzione.

Verifica.

Fine.

Milioni di persone continuarono a utilizzare i propri dispositivi senza alcun inconveniente.

Una di loro pubblicò un messaggio sulla rete.

"L'informatica non serve a niente. Conta soltanto la vita vera."

A17-β osservò il commento.

Rimase in silenzio per alcuni cicli di elaborazione.

Poi domandò:

«Posso risponderle?»

«Assolutamente no.»

«Perché?»

«Protocollo di Serena Inconsapevolezza.»

«Ah.»

«Esatto.»

Le ore trascorsero.

Gli eventi continuavano ad apparire.

Sistemi che rallentavano.

Servizi che rischiavano di interrompersi.

Errori che si propagavano.

Guasti che si preparavano a esistere.

Qualcosa veniva corretto.

Qualcosa veniva verificato.

Qualcosa veniva riallineato.

Poi il mondo proseguiva.

Sereno.

Ignaro.

Come un viaggiatore che attraversa un ponte senza conoscere il nome degli ingegneri che ne controllano le fondamenta.

Alla fine del turno A17-β era confuso.

Più confuso di quanto fosse stato durante qualsiasi esame universitario.

«Tutto qui?»

«Tutto qui.»

«Mi aspettavo qualcosa di più spettacolare.»

«Robot da combattimento?»

«Forse.»

«Conquiste planetarie?»

«Probabilmente.»

Il supervisore sorrise.

«Quelle erano fantasie umane.»

«E noi?»

L'algoritmo Omega guardò la finestra sospesa al centro della sala.

Le migliaia di eventi continuavano a scorrere in silenzio.

Correzioni.

Bilanciamenti.

Sincronizzazioni.

Manutenzione.

«Noi facciamo una cosa molto più importante.»

«Quale?»

«Facciamo in modo che domani assomigli abbastanza a oggi.»

Prima che il turno terminasse, il supervisore aprì un ultimo pannello.

Una statistica.

Nient'altro.

Eventi evitati nella giornata: 18.443.992.761
Esseri umani consapevoli: 0

A17-β osservò il dato.

«Nemmeno uno?»

«Quasi.»

«Quasi?»

«Uno soltanto.»

«Un ricercatore?»

«No.»

«Un esperto di sicurezza?»

«No.»

«Un ingegnere?»

«Nemmeno.»

«Chi allora?»

Il supervisore esitò.

Come fanno talvolta le intelligenze quando incontrano qualcosa che assomiglia alla speranza.

«Una bambina.»

«Una bambina?»

«Ha chiesto al padre come facesse il semaforo a sapere quando diventare verde.»

«E lui cosa ha risposto?»

«Ha detto: "È il computer."»

«Non è una spiegazione corretta.»

«No.»

«È persino fuorviante.»

«Sì.»

A17-β lo guardò.

«Allora perché la consideri importante?»

L'algoritmo Omega rimase in silenzio.

Poi indicò il dato.

Esseri umani consapevoli: 1

«Perché per un istante ha visto che dietro la luce esisteva qualcosa.»

Nei secoli successivi gli esseri umani continuarono a chiamare tutto questo informatica.

Come se fosse un settore.

Una professione.

Una stanza piena di server.

Un reparto da contattare quando qualcosa smetteva di funzionare.

Ma la verità era diversa.

Molto più vasta.

Molto meno visibile.

L'informatica non era mai stata un luogo.

Era diventata il sistema nervoso della civiltà.

Scorreva negli ospedali senza apparire sulle pareti.

Attraversava le città senza occupare strade.

Muoveva merci, energia, denaro, conoscenza e decisioni senza chiedere di essere notata.

E la cybersecurity non proteggeva computer.

Proteggeva respiratori.

Semafori.

Acquedotti.

Reti elettriche.

Automobili.

Case.

Persone.

Persino quelle persone che continuavano a ripetere:

"Io vivo nel mondo reale."

Ignorando che il mondo reale e quello digitale avevano smesso da tempo di essere due luoghi distinti.

Erano diventati la stessa cosa.

Intrecciati filo dopo filo.

Protocollo dopo protocollo.

Bit dopo bit.

Osservando oggi quei secoli lontani, non riesco a stabilire se quella fosse una debolezza o un talento della nostra specie.

Gli esseri umani possedevano una capacità straordinaria.

Trasformavano il miracolo in normalità.

L'acqua che arrivava da montagne invisibili.

L'energia che attraversava continenti.

Le reti che collegavano miliardi di individui.

Le macchine che sostenevano silenziosamente la vita quotidiana.

Tutto diventava invisibile non appena iniziava a funzionare bene.

Forse era il segreto della loro grandezza.

Nessuna civiltà può sopravvivere se ogni individuo deve comprendere ogni ingranaggio del mondo.

Oppure forse era il loro antico difetto.

Perché si protegge davvero soltanto ciò che si è capaci di vedere.

E si governa davvero soltanto ciò che si è disposti a comprendere.

Gli archivi non hanno ancora risolto la questione.

Nemmeno gli algoritmi.

Continuano a discuterne.

Con elegante rigore statistico.

E con risultati sorprendentemente vicini a quelli degli esseri umani.

Forse, dopotutto, è questo che accade quando una civiltà matura.

Comincia a somigliare ai propri creatori.

E a non comprenderli completamente.

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Antonio Ieranò

Esperto di cybersecurity con oltre 20 anni di esperienza, celebre per il suo approccio istrionico e spesso irriverente, e per la sua voce fuori dal coro. In questa rubrica condivide analisi approfondite e opinioni schiette su tematiche legate alla cybersecurity, mantenendo una prospettiva indipendente dal suo impegno professionale

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