"L’angolo del filologo non digitale"
Questo è lo spazio in cui la cybersecurity incontra la buona vecchia filologia: un territorio pieno di vocaboli anglosassoni che traghettiamo nell’italiano spesso senza conoscerne davvero il significato. Qui Roberto Luca porta un po’ di cultura nello spazio cyber, quel tanto che può tornare sorprendentemente utile anche nella pratica quotidiana.
Internet ci ha regalato libertà incondizionata, ma anche odio, fake news e l'anello di Gige digitale del nickname. Sotto terra, invece, le piante comunicano attraverso una rete fungina che collabora, nutre e protegge. Due www a confronto: uno egoista e rumoroso, l'altro solidale e silenzioso. Forse è tempo di imparare dal Wood Wide Web prima che sia troppo tardi.
La sigla www è acronimo di world wide web e, come ben noto, indica una rete estesa che fornisce accesso a documenti interconnessi tramite collegamenti ipertestuali, mediante protocolli con diversi livelli di protezione. La definizione è sommaria perché i lettori di SecurityOpenLab sono tecnici ferrati, ed è funzionale solo a porre in evidenza due punti. Il primo è che, come evidenziato nella precedente puntata della rubrica, la navigazione in Internet è la principale forma di cibernetica attuale (kubernetikès, come tecnica della navigazione appunto). Il secondo è che l’accesso senza limiti del web e la possibilità di pubblicare contenuti senza criteri selettivi o di merito (come è, invece, nelle principali enciclopedie online) ha indotto a definirlo come la rete più democratica esistente. Perché mancano senza regole codificate? Perché assicura libertà di pensiero? Perché permette all’individuo di esprimere il meglio di sé?
Narra Platone (nel dialogo Repubblica) che un tempo esisteva nella Lidia un pastore di nome Gige. Costui, per un caso fortuito, trovò in una grotta la salma di un cavaliere con un anello d’oro. Il pastore prese l’anello e tornò dai suoi colleghi. E, mentre toccava il castone dell’anello, scoprì che ruotandolo in un senso diventava invisibile, ruotandolo nell’altro ritornava visibile. Riavutosi dalla sorpresa, chiese ed ottenne di essere inviato dal re per il periodico rendiconto sull’attività svolta. Una volta nella reggia, sfruttando le qualità dell’anello, riuscì a sedurre la moglie del re e, con il suo aiuto, anche ad ucciderlo, garantendosi così la conquista del potere. Una gran brutta storia!
Ma supponiamo, insinua Platone, che gli anelli siano due e vengano messi al dito di una persona ingiusta e, l’altro, di una persona giusta. Si comporterebbero in maniera diversa? No! Godendo della completa impunità, agirebbero allo stesso modo. Ecco il punto: l’essere umano rispetta le regole perché teme la punizione, ma se è certo di non venire punito diventa ingiusto.
Si tratta di una questione su cui ciascuno deve meditare, perché il problema si pone a tutti i livelli: il superamento dei limiti di velocità sulla strada, la sicurezza di non ricevere multe perché dotati di una targa straniera… fino agli ambienti più significativi, dove chi detiene un potere (spesso politico) opera principalmente per promuovere, con norme e leggi, la libertà incondizionata del proprio agire e la sua personale impunità.
Nel web l’anello di Gige si chiama nickname, un nome di fantasia con il quale si naviga in Internet, si mandano messaggi ecc. Non garantisce un vero e proprio anonimato, difficile per altro nel web, però non tutti siamo programmatori in grado di risalire all’indirizzo IP da cui muove il massaggio o il contenuto e di identificarne l’autore, che quindi rimane, normalmente, ”impunito”. E così in rete si manifesta e si esprime l’indole più gretta dell’essere umano, per altro ben anticipata dal racconto platonico. Sotto due aspetti: l’odio per gli altri e le fake news.
Non sembra un caso che il termine odiatore, hater, sia così vicino a quello tristemente noto di hacker, persona che con la sua azione cerca di compromettere dispositivi digitali, come computer, smartphone, tablet e persino intere reti. Per altro verso la facilità di accedere ad una informazione conduce a scegliere, prima, ed adottare, poi, la tesi più facile da “capire” e a rimbalzarla, indipendentemente da qualsiasi veridicità. E la voce “più grossa” diviene in internet la più ascoltata. La fake new è la verità della subcultura “navigante”, molto spesso promossa intenzionalmente (basti pensare all’ambiente della salute).
Tutto questo si chiama post-verità (termine introdotto nel prestigioso dizionario di Oxford), ad indicare che i fatti oggettivi sono meno influenti, nel formare l’opinione pubblica, del richiamo alle emozioni e alle credenze individuali. Basta solo sostenere con forza e ostinatamente una tesi che si accordi con i pregiudizi della nostra mente e della nostra cultura! I social aiutano in questo senso, creando una navigazione parallela orientata dagli influencer e ampliata dai followers. Per dare un’idea: se all’epoca di maggior risonanza mediatica, i sostenitori del duo Fedez –Ferragni si fossero trasformati in voti elettorali, avrebbero determinato una maggioranza bulgara con quasi l’80% dei voti disponibili.
Ci sono ragioni per essere preoccupati, soprattutto nei confronti di quella generazione di nativi digitali, che tutto conosce delle “tecnologie naviganti”, ma che risulta abbastanza indifesa rispetto ai contenuti che si possono raccogliere in rete. E se è risibile il fatto che un individuo stabilisca, perché lo ha letto sul web, di cosa soffra e pretenda di insegnare al medico o farmacista qual è la miglior medicina per guarire, grande imbarazzo destano i contenuti che propagano l’omofobia, la discriminazione razzale o religiosa, istigano a forme estreme di maschilismo (suprematismo), al suicidio o al femminicidio. Al punto che le grandi aziende che detengono il controllo delle principali piattaforma di AI generativa, sono dovute intervenire per limitare e ri-orientare (nel senso della neutralità e dell’’inclusione) il campo di azione degli algoritmi.
Per dirla in poche parole: massima diffusione, minimo controllo sui contenuti; cultura per semplificazione e gridata; livello di odio e discriminazione umana e culturale.
Però non si può fare a meno del Web, che è parimenti uno strumento estremamente positivo (basti pensare a quanti documenti si possono recuperare gratuitamente e al pregio di alcuni database culturali, come, nell’ambito letterario –scientifico, www.academia.edu), se approcciato con atteggiamento responsabile e critico. Ma sono soprattutto le nuove generazioni a dover essere protette dai rischi di una informazione massiva e incontrollata.
Vi è però “un altro web”, con caratteristiche completamente diverse. Denominato wood wide web, per analogia con il world wide web, indica la rete sotterranea di interconnessioni tra piante e funghi. Sebbene la scoperta e la denominazione siano dovute principalmente agli studi della scienziata e biologa canadese Suzanne Simard (nel 1997), l'analogia con internet ha aiutato a diffondere il concetto: l’interazione tra gli apparati radicali (delle piante) e i miceli dei funghi costituisce una rete ecologica sotterranea. Per dirla banalmente: le radici delle piante stanno alla rete fungina come il web sta ad internet. Dunque Wood Wide Web (o rete micorrizica) si riferisce a una rete sotterranea di funghi che connette le radici delle piante, consentendo loro di scambiare sostanze nutritive, acqua e segnali di allarme. Questa simbiosi tra funghi e radici (e non dimentichiamoci i batteri rizobiotici) è vitale per il funzionamento degli ecosistemi terrestri, con le piante che forniscono zuccheri ai funghi e i funghi che in cambio apportano minerali e azoto… mentre i batteri decompongono la materia organica e producono antibiotici naturali.
La letteratura sulle piante, le loro caratteristiche e il loro comportamento sta crescendo negli ultimi anni a dimostrazione di una sempre più diffusa sensibilità ambientale. L’interpretazione delle radici delle piante come meri strumenti per assorbire sostanze nutritive e acqua è del tutto obsoleta. Si tratta, invece, di strutture complesse grazie alle quali gli alberi raccolgono dati spaziali e temporali sull’ambiente. Inoltre, le radici formano un intreccio sotterraneo che permette di trasmettere segnali tra le piante: messaggi invisibili passano, per esempio, tra individui stressati dall’aridità o tra quelli attaccati dagli erbivori, per consentire ai loro vicini di mettere a punto azioni preventive.
Secondo alcuni ricercatori sarebbe più corretto pensare alle radici come alla parte superiore, la «testa» della pianta, mentre la chioma verde corrisponderebbe alla parte inferiore (secondo la famosa immagine platonica per cui le piante sono “uomini capovolti”). Per questo si è cominciato a parlare di cervello vegetale e di neurobiologia vegetale, ben sapendo che le piante non hanno neuroni come nel caso del cervello umano e animale e tuttavia sopperiscono in maniera diversa alle funzionalità da esso sviluppate.
Accanto agli apparati radicali delle piante vi sono i funghi, organismi saprofiti o parassiti, che crescono utilizzando i prodotti vegetali contenuti nel suolo e formano una rete sotterranea ancora più ampia, in grado di collegare le radici di piante diverse. Ecco dunque costituita l’internet naturale, ipotizzata da Paul E. Stamets nel 2005, muovendo da una significativa analogia con la pionieristica rete comunicativa sviluppata dal Ministero della Difesa degli Stati Uniti (Arpanet). In definitiva, le reti fungine realizzano tre obiettivi: potenziano il sistema immunitario delle piante, favoriscono la comunicazione tra piante lontane, consentono il trasferimento di sostanze a piante più giovani che altrimenti resterebbero senza nutrimento. Questa la vera natura, collaborativa e solidale, del Wood Wide Web.
Proviamo ora ad indicare gli aspetti, più appariscenti e contrastanti, dei due www:
| Mancanza di selezione | Prevalenza delle espressioni di “odio" | Egoismo | Individualismo e fake news | Rumore |
| Grande selettività | Limitata competizione (comunque orientata al ben-essere individuale e generale) | Condivisione | Solidarietà e scambio di contenuti utili e/o necessari | Silenzio |
L'insegnamento è che bisogna smettere di pensare di essere al vertice dell’esistenza (antropocentrismo). I numeri, pur non assolutamente precisi, lo dicono con chiarezza: gli esseri umani e gli animali costituiscono lo 0,6 % della massa della biosfera, contro l’86% costituito dai vegetali e il 5% circa costituito dai funghi. Il restante è rappresentato dai batteri, tra cui quelli rizobiotici, che pure sono parte della grande rete (internet) sotterranea. Solo i vegetali però sono autotrofi, cioè autonomi nella produzione di ciò che li nutre, mentre gli uomini che si pongono in cima alla catena alimentare, sono partecipi solo in modo gregario della vita del pianeta. E dunque costretti, pena l’estinguersi della specie, a collaborare con il mondo vegetale: se non per comprensione, almeno per costrizione!
Questo è anche il “sogno” di una nuova botanica, una botanica che sappia determinarsi in modo autonomo, secondo le proprie regole, smettendo di stare alle spalle della fisiologia animale o umana; considerando la pianta in se stessa, come una forma di vita originale, come un modello in materia di autonomia e di ripristino di un “ambiente maltrattato”. Ad esempio, e scusate se è poco!, l’abbassamento del calore nella città, dove già oggi si concentra la vita e l’attività della maggior parte delle persone, per contrastare l’innalzamento globale della temperatura nel pianeta.
Un consiglio semplice ed operativo: una pianta per amico! Provare per credere.
Lo sanno bene tutti coloro che hanno coltivato piante per piacere: sebbene non si difendano quando vengono danneggiate, sono molto sensibili alle attenzioni che vengono loro riservate. Un po' di buon senso e rispetto, un po' di terra fertile, un po' di calore, acqua e luce, in cambio di un risultato sorprendente. Di più: certamente le piante riconoscono la presenza o la vicinanza di un essere umano. Ne riconoscono anche l’identità? No, per il momento, i biologi lo negano, ma è lecito aspettarsi in futuro delle sorprendenti scoperte anche in questo senso.
Per concludere.
Quando il degrado del nostro ambiente ci preoccupa, quando la combinazione di cemento-asfalto-automobile assume dimensioni incontrollate, quando l’innalzamento della temperatura sembra inarrestabile, dovremmo ispirarci alle piante, alla loro sobrietà, alla loro prudenza, alla loro dignità, alla loro capacità di essere solidali: il futuro del pianeta sarebbe meno cupo.
Impariamo dalle piante, per cominciare ad essere un uomo nuovo. Ma sbrighiamoci, perché non abbiamo più molto tempo!!
Roberto Luca, studioso del pensiero antico, ha pubblicato per i tipi de La Nuova Italia le edizioni commentate del Simposio e del Fedro di Platone. Del 2001 è il libro Eros & Epos. Il Lessico d’amore nei poemi omerici. Per Marsilio ha pubblicato Platone e la sapienza antica. Matematica, filosofia e armonia (2014), Labirinti dell’Eros. Da Omero a Platone (con un saggio di Massimo Cacciari, 2017). Nel 2024, sempre per Marsilio, La filosofia del riccio . Platonismo e scienza. Come manager ha collaborato per oltre 20 anni con aziende di primaria importanza, nel settore ICT.