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"L’angolo del filologo non digitale"

Questo è lo spazio in cui la cybersecurity incontra la buona vecchia filologia: un territorio pieno di vocaboli anglosassoni che traghettiamo nell’italiano spesso senza conoscerne davvero il significato. Qui Roberto Luca porta un po’ di cultura nello spazio cyber, quel tanto che può tornare sorprendentemente utile anche nella pratica quotidiana.

Antivirus e sapienza femminile

Uno sguardo ironico e affilato sulla sicurezza digitale, dove la sapienza femminile diventa chiave per smascherare rischi, bias e fragilità del nostro tempo.

Antivirus e sapienza femminile

L'etimologia di antivirus deriva dalla combinazione del prefisso anti (dal greco antì, contro) e la parola virus, desunta dal latino e con il significato di veleno, sostanza nociva. In informatica, virus si riferisce a un software malevolo che si autoreplica e produce danneggiamenti nel sistema informatico, e quindi antivirus indica un programma che sta contro questi veleni digitali, ovvero rileva e blocca le minacce informatiche. 

Il concetto di veleno è alla base di ogni medicina come dell’antivirus

Il greco impiega un solo termine per indicare il veleno e il suo rimedio: phàrmakon, da cui le nostre parole farmaco, farmacia, eccetera. In ogni caso sembra proprio che il veleno, addomesticato, sia alla base del rimedio. Non vi è infatti una linea di demarcazione precisa tra l’uno e l’altro. E comunque il farmaco non può essere solo benèfico: innanzi tutto perché agisce dall’esterno ed è un artificio prodotto dall’azione dell’uomo. Inoltre, quel che per alcuni è un rimedio, per altri invece non si rivela tale, ma anzi un danno. Celebre nel dialogo platonico (Fedro) l’enumerazione delle invenzioni che il dio Theuth presenta al sovrano egizio Thamus: i numeri, il calcolo, la geometria e l’astronomia ed infine i segni della scrittura. In questo caso, afferma Theuth, l’apprendimento di quei segni avrebbe reso gli Egizi più sapienti, perché era stato trovato il rimedio (phàrmakon) per la memoria e per sapere. Ma Thamus risponde in modo piuttosto drastico: gli uomini in virtù di una fiducia nella scrittura, cercheranno di ricordare dal di fuori, muovendo da segni estranei, e non dall’interno a partire da sé medesimi. Non un rimedio (pharmakon) per la memoria è stato inventato, ma per richiamare alla memoria. Parole che suonano profetiche a distanza di oltre duemila anni, allorché ci rendiamo conto di quanto l’esercizio della memoria sia poco praticato, a favore di un rapido ritrovamento di parole e testi ricercati. Per non parlare della lingua dei social che ha ridotto il lessico dei giovani a poche migliaia di parole!

Anche le parole, tuttavia, possono agire come un phàrmakon: il celebre sofista Gorgia nella sua difesa di Elena (Encomio di Elena) spiega la potenza della parola (lògos) che può aver indotto la donna a lasciare la sua casa per seguire Paride. Il verdetto di assoluzione di Gorgia è accompagnato dalla proposizione di un concetto dell’agire umano condizionato da una duplice signoria, espressa dal binomio lógos/éros, la cui forza intrigante provoca inevitabilmente l’umano consenso: così il lógos costringe l’anima che ha persuaso a prestar fede a quanto le veniva detto e ad assentire a quanto veniva perpetrato. La parola come cura quando sopisce placa, rasserena, tranquillizza; come veleno quando provoca, con il convincimento dell’animo, un agire forzato.

Detentrici di una sapienza

Non è molto noto invece che a detenere una sorta di monopolio in fatto di farmaci siano le donne!

Elena, che dopo la guerra di Troia si è ricongiunta con il marito Menelao, riceve Telemaco in cerca di notizie sulle sorti del padre, Odisseo: ella placa il dolore del giovane mescolando al vino un potente pharmakon, il nepente, in grado di attenuare il dolore del ricordo.

Ma sono soprattutto due figure a detenere il ruolo di maghe sapienti. Circe da un lato e Medea dall’altro, nel mito apparentate come zia e nipote, poiché il padre di Medea, Eeta, era fratello di Circe. A differenza di quest’ultima, però, Medea non ha poteri sovrannaturali, ma una sapienza superiore che agli altri suona come magia! Una conoscenza che la rende capace di produrre pozioni e incantesimi, con i quali compie la sua terribile vendetta, la morte dei figli generati con Giasone, che in precedenza ha aiutato nella conquista del Vello d’oro (la famosa vicenda degli Argonauti). D’altra parte la sua pericolosità la precedeva ancora prima di giungere a Corinto, perché era risaputo che ella aveva ingannato le figlie del sovrano di Tessaglia Pelia, inducendole ad uccidere il padre.  Nella tragedia omonima di Euripide i termini sophìa e sophòs compaiono con grande frequenza, ad evidenziare l’importanza della componente intellettuale nella definizione della protagonista. Il nome stesso di Medea (dalla radice del verbo medomai, che significa pensare, esco­gitare) allude alla sua capacità di elaborare strategie. La conoscenza magica di Medea è associata a una specifica sophia  (sapienza) di cui ella è riconosciuta padrona. Medea è una sapiente, proprio in virtù della sua conoscenza dei pharmaka come dichiara ella stessa, quando afferma di voler utilizzare la sua sophia per sterminare i nemici con i suoi veleni e come rimarca Creonte (re di Corinto) quando ammette di essere intimorito da Medea perché è sapiente [sophé] per natura ed esperta di molti malefìci.  Creonte interviene nella vicenda di Giasone e Medea, decidendo di dare la propria figlia Glauce in sposa a Giasone in modo che egli possa ripudiare Medea. Quest'ultima, però, vuole allora vendicarsi, facendo un sortilegio su alcuni vestiti e gioielli, che invia come regalo alla promessa sposa. Questi, una volta indossati dalla vittima, cominciano a bruciare, provocando la morte sia di Glauce, sia del padre Creonte, accorso per aiutarla.

Se la sapienza di Medea è dunque riconosciuta come superiore e allo stes­so tempo pericolosa dai personaggi maschili, che se ne sentono minac­ciati, essa è affermata anche dalla protagonista stessa, che sembra avallare le istanze comunemente sostenute dagli uomini, affer­mando la pericolosità e malvagità dell'intelligenza delle donne. La sapienza di Medea, d'altronde, è strettamente connessa con la sua furia vendicativa: prima di uccidere i figli, infatti, ella si dichiara consapevole dell'orrore che si accinge a compiere, tuttavia la passione governa i suoi propositi e dunque tutte le sue azioni sono guidate da un lucido e determinato desiderio di vendetta. Di cui il pharmakon diventa lo strumento. In questo caso, però, non vi è alcun antivirus!

Per non concludere

Si dice virale, oggi, qualcosa (parola, testo o video) che viene replicato con velocità ed insistenza, tramite internet e i social, al punto da assomigliare ad una sorta di epidemia. All’origine di una viralità, ci dice l’indagine etimologica, però vi è un veleno cui si oppone un rimedio. Antivirus nell’informatica, medicina nel caso della malattia (sempre farmaco, e non solo per i Greci).

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Roberto Luca

Roberto Luca, studioso del pensiero antico, ha pubblicato per i tipi de La Nuova Italia le edizioni commentate del Simposio e del Fedro di Platone. Del 2001 è il libro Eros & Epos. Il Lessico d’amore nei poemi omerici. Per Marsilio ha pubblicato Platone e la sapienza antica. Matematica, filosofia e armonia (2014), Labirinti dell’Eros. Da Omero a Platone (con un saggio di Massimo Cacciari, 2017). Nel 2024, sempre per Marsilio, La filosofia del riccio . Platonismo e scienza. Come manager ha collaborato per oltre 20 anni con aziende di primaria importanza, nel settore ICT.

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