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"L’angolo del filologo non digitale"

Questo è lo spazio in cui la cybersecurity incontra la buona vecchia filologia: un territorio pieno di vocaboli anglosassoni che traghettiamo nell’italiano spesso senza conoscerne davvero il significato. Qui Roberto Luca porta un po’ di cultura nello spazio cyber, quel tanto che può tornare sorprendentemente utile anche nella pratica quotidiana.

L’essere umano come simbolo. Una storia di amore.

Dalle icone informatiche ai simboli che custodivano identità e legami, fino al mito platonico dell’amore come ricomposizione: un percorso che mostra come l’uomo cerchi da sempre la propria metà perduta.

L’essere umano come simbolo. Una storia di amore.

In informatica i simboli rappresentano una parte che si collega (connessione, link o porta) e variano a seconda del contesto (software o hardware). Sono poi indicati da una icona facilmente interpretabile. Per file/web: Icona catena (link); per hardware: Simbolo USB (tridente) o icone di porte (HDMI, Ethernet);  per rete: Onde Wi-Fi o nodi connessi. 

Etimologia

La parola "simbolo" deriva dal greco antico sýmbolon, che significa "segno", "tessera di riconoscimento" o "contrassegno". Il termine ha origine dal verbo symbàllo composto da syn- ("insieme") e bàllo ("gettare"), letteralmente "gettare insieme" o "mettere insieme".  Per contro, dia- ballo significa dividere separare, ed è all’origine della parola “diavolo”, con la quale si intende appunto il “separatore”.

Nell'antica Grecia, un sýmbolon era un oggetto (spesso una tessera di terracotta o un anello) diviso in due metà. Due persone, stringendo un patto o sancendo un rapporto di ospitalità, conservavano ciascuna una metà: il perfetto combaciare delle due parti confermava l'alleanza.

Simboli veneziani

Il nome del famoso musicista Antonio Vivaldi, la sua storia e le sue musiche, sono indissolubilmente legati a Venezia, e in particolare a una istituzione, l’Ospedale della Pietà (1346), come viene chiamato da oltre sei secoli l’antico Istituto degli esposti, il quale oggi esiste ancora sotto il nome di Istituto provinciale per l’infanzia "Santa Maria della Pietà". I genitori che non volevano o potevano tenere con sé una figlia femmina, la portavano nella massima riservatezza, all’Ospedale della Pietà, accompagnandola da un simbolo, la metà stracciata a mano di una qualsiasi immagine. Dunque nei registri dell’istituto veneziano accanto al nome che veniva imposto alla piccola creatura veniva accluso quel simbolo. Se una madre, fatto non frequente tuttavia, si presentava per riprendersi la figlia esibiva la metà del simbolo che doveva perfettamente combaciare con la parte conservata negli archivi. Una prova inconfutabile. Il film Primavera (2025) diretto da Damiano Michieletto (liberamente tratto dal romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa) descrive con eleganza e con dovizia di particolari la particolare archiviazione per simboli adottata dal pio istituto.

L’uomo come simbolo

Nel Simposio (letteralmente “una bevuta assieme”) di Platone si trovano riuniti personaggi della cultura ateniese dell’epoca. Dopo la cena, in occasione della vittoria nell’agone tragico del poeta Agatone nel 416 a.C., il simposio diventa occasione per una serie di discorsi volti a celebrare il divino Eros. Tra i simposiasti compare anche il commediografo Aristofane, il quale, a differenza degli altri convitati, offre una narrazione particolare, divenuta poi giustamente celebre come “il mito delle due metà”.

L’immagine di Eros acquista nelle parole del comico un carattere di naturalezza che ai primi interlocutori era mancato: la tensione alla totalità dell’esistenza diventerà così la formulazione originale del complesso e profondo significato che l’amore assume nell’ambito della umana natura.

L’antica costituzione degli uomini era diversa da quella attuale: innanzi tutto, comprendeva tre generi, il maschile, il femminile e l’androgino; in secondo luogo, la forma di ciascun uomo era completa, un intero (hólon) con schiena e fianchi rotondeggianti. Da quella interezza nasceva lo straordinario vigore fisico degli umani e la consapevolezza di tale forza li induceva all’empietà, a una aperta sfida nei confronti degli dèi. Donde l’evidente preoccupazione degli Olimpi, i quali non intendevano certo tollerarne l’arroganza, ma neppure potevano annientare il loro genere, poiché con essi sarebbero scomparsi anche i sacrifici di cui gli dèi, nell’immagine popolare, si nutrono. Così, dopo lungo meditare, Zeus decide di intervenire e dividere gli umani a metà. Così sarebbero stati più deboli e rispettosi del divino.

Mito di AristofaneFonte: Di Le Mapah (Simon Ganneau) - Le Mapah, Baptême, mariage, Paris, 1838 (Gallica)., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=52407053

Il risultato di questa operazione si rivela però, subito, quanto mai deleterio: ogni parte, infatti, desiderosa della propria metà, si attaccava a quella, cosicché abbracciandosi l’una all’altra, nella brama di fondersi, morivano di fame e di inerzia. Tale brama, però, non è ancora eros, bensì un bisogno propriamente fisico, e tuttavia assoluto, di saldare una radicale frattura. La morte appare dunque la naturale conseguenza dell’estrinseca e sterile unione di due corpi che non sono diventati automaticamente due individui sufficienti a se stessi.

Zeus allora, impietositosi, escogita un altro espediente e trasporta i loro genitali sul davanti: fino a quel momento erano collocati sulla parte esterna per cui gli uomini generavano e procreavano non tra di loro, ma sulla terra come le cicale. Spostò dunque i genitali così come sono ora e rese possibile per mezzo di essi una generazione diretta del maschio nella femmina. E ciò perché nell’accoppiamento, se un uomo si unisse ad una donna, generassero e riproducessero il genere umano, se invece un maschio si unisse ad un altro uomo, vi fosse almeno una sazietà in quel rapporto, e interrompendolo, si volgessero all’attività e si prendessero cura delle diverse occupazioni della vita. Ed è da quel tempo, quindi, che l’amore reciproco risulta connaturato negli uomini: esso ricostituisce il loro antico essere, cercando di riunire due individui in uno solo e di guarire la natura umana.

Soltanto a partire da questo momento è possibile parlare di un «eros» negli uomini, dunque nel senso di una acquisita sessualità. Sia pure in termini di una fantasiosa creazione, il racconto di Aristofane si sviluppa con intrinseca coerenza secondo alcuni punti fondamentali: l’eros è connaturato alla natura umana; non è soltanto un impulso istintivo, ma un’aspirazione che coinvolge l’individuo nel suo complesso; è desiderio di interezza e tensione attiva a conseguirla. Ogni essere umano è una "frazione" di un intero e trascorre la vita cercando la propria metà perduta per ritrovare l'unità originaria. Questo desiderio di fusione e completezza è ciò che noi chiamiamo Amore. 

Il racconto delle due metà come ispirazione letteraria

Al racconto platonico si è ispirata non di rado la letteratura successiva. Perché l’amore è senza tempo, e perché l’essere umano si identifica con l’amore per l’altro. Soltanto tre esempi, tra i tanti possibili.

In Cime tempestose, di Emily Brontë, Catherine descrive il suo legame con Heathcliff con una delle frasi più celebri della letteratura: "Io sono Heathcliff". Qui l'anima gemella non è un complemento, ma un'identità speculare: l'altro è la sostanza stessa della propria anima.

In L'amore ai tempi del colera, di Gabriel García Márquez, Florentino Ariza aspetta Fermina Daza per "cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni", suggerendo che l'anima gemella non sia solo un incontro fortuito, ma una scelta di fedeltà assoluta al destino.

E C. Baudelaire, ne I fiori del male (la poesia si intitola “La passante”, 1855), ricorda come una folgorazione l’attimo in cui il suo sguardo incrocia la donna che avrebbe potuto essere la sua anima gemella:

Un lampo… e poi la notte! Bellezza fuggitiva,
il cui sguardo mi ha fatto rinascere di colpo,
non ti rivedrò più fino all’eternità?

Lontano, via di qui! È troppo tardi, o mai!
Dove fuggi, non so; tu non sai dove vado.
Ma avrei potuto amarti e tu, tu lo sapevi!
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Roberto Luca

Roberto Luca, studioso del pensiero antico, ha pubblicato per i tipi de La Nuova Italia le edizioni commentate del Simposio e del Fedro di Platone. Del 2001 è il libro Eros & Epos. Il Lessico d’amore nei poemi omerici. Per Marsilio ha pubblicato Platone e la sapienza antica. Matematica, filosofia e armonia (2014), Labirinti dell’Eros. Da Omero a Platone (con un saggio di Massimo Cacciari, 2017). Nel 2024, sempre per Marsilio, La filosofia del riccio . Platonismo e scienza. Come manager ha collaborato per oltre 20 anni con aziende di primaria importanza, nel settore ICT.

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