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L'analisi tagliente e senza filtri di Antonio Ieranò sulla cybersecurity moderna, tra competenza, irriverenza e verità scomode del cyberspazio.
L’orrore ben vestito dell’Artifictional Intelligence. Minisaga tragicomica in più puntate. Puntata I: Funnellio Returno Marketax Jr. e la nascita dei Minion antroppomorfici


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Quello che state per leggere è il primo episodio di una minisaga tragicomica in più puntate. Conviene dirlo subito, per lealtà verso il lettore e per autodifesa dell’autore, perché qui non siamo davanti a un semplice articolo su agenti, automazione, intelligenza artificiale e altre formule con cui il presente ama truccare le proprie imprudenze.
Qui siamo all’inizio di un piccolo romanzo della catastrofe manageriale, tecnologica e lessicale.
Nelle puntate successive incontreremo altri Minion, più evoluti e dunque più pericolosi, vedremo crescere il culto dell’Artifictional Intelligence, assisteremo alla progressiva normalizzazione degli antroppomorfici negli spazi di lavoro, seguiremo il modo in cui gli esseri umani si affezionano con sorprendente tenerezza proprio alle cose che finiranno per metterli nei guai, e scopriremo che il problema non è affatto il dominio delle macchine. Sarebbe quasi rassicurante. Il problema, semmai, è molto più umiliante: l’umanità continua a replicare i propri difetti, a scalarli, a metterli in cloud, a dar loro una voce rassicurante e a chiamare il tutto trasformazione.
Gli umani, del resto, temono Skynet per una ragione molto semplice: sospettano da tempo che la disfatta dell’umanità abbia radici assai più umane che sintetiche, ma preferiscono come sempre attribuire la colpa a qualcosa di esterno.
È più elegante temere una macchina ribelle che guardare in faccia un consiglio di amministrazione.
Chi spera dunque in un’apocalisse elegante, guidata da superintelligenze glaciali e algide volontà sintetiche, potrebbe restare deluso. Questa storia è assai più realistica e quindi assai meno nobile. Qui il mondo rischia di andare storto non perché le macchine diventino troppo intelligenti, ma perché gli esseri umani insistono nel costruire strumenti che ne imitino i peggiori tic cognitivi, relazionali e organizzativi con velocità industriale.
Ogni eventuale somiglianza con aziende reali, ambienti professionali, pitch, keynote, framework, dashboard, sigle altisonanti, leadership trasformative, hub dell’innovazione, road map dell’adozione, agentic AI strategy e creature con badge troppo largo è naturalmente casuale. Casuale nel senso in cui lo è un temporale visto dalla finestra con l’ombrello già rotto.
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C’era stato un tempo, non migliore ma almeno meno impudente, in cui l’uomo contemplando i propri limiti provava un certo disagio. Non molto. Non abbastanza da migliorarsi sul serio. Ma almeno quel tanto che bastava per non prendere la propria superficialità, non infilarla in una piattaforma, non addestrarla su documenti, presentazioni, riunioni e supposizioni, e soprattutto per non rivestirla di una pelle sintetica con occhi grandi e sorriso professionale.
Quel tempo è finito.
Siamo entrati nell’età storica in cui qualunque insufficienza, purché impaginata con abbastanza cura e narrata con tono abbastanza convinto, smette di sembrare un problema e comincia a circolare come soluzione. La fretta diventa agilità. L’approssimazione si rifà il trucco come adattività. L’incapacità di leggere per intero un testo si promuove a capacità di sintesi. La difficoltà di capire il contesto viene celebrata come astrazione di alto livello. L’errore sistematico, se ben confezionato, diventa iterazione. L’ottusità, a forza di slide, viene chiamata visione.
In un’epoca del genere era quasi inevitabile che qualcuno pensasse di salvare l’umanità da se stessa.
L’idea, bisogna riconoscerlo, aveva un certo fascino. Del resto quasi tutte le cattive idee moderne, per prosperare, devono presentarsi come buone idee con un ottimo ufficio stampa. Nessuno si lascerebbe sedurre da un progetto annunciato in questi termini: “Abbiamo preso i difetti umani, li abbiamo resi scalabili, li abbiamo dotati di accesso ai sistemi e ora ve li offriamo in abbonamento enterprise con supporto premium”. No. Bisogna dire altro. Bisogna parlare di supporto decisionale, trasformazione collaborativa, innovazione responsabile, efficienza cognitiva, presenza operativa, riduzione dell’attrito, empowerment distribuito. Bisogna cioè usare quelle formule che non spiegano, ma seducono. Non chiariscono, ma allentano la vigilanza.
Il primo uomo a intuire il potenziale commerciale, filosofico e tragicomico di questa operazione non si chiamava semplicemente Marketax. Sarebbe stato troppo sobrio. Troppo poco compromettente. Troppo umano, persino.

Il suo nome era Funnellio Returno Marketax Jr.
Già questo, per un osservatore prudente, avrebbe dovuto bastare.
Funnellio, perché per lui tutto era imbuto, percorso, conversione, nutrimento di pipeline, gradualità persuasiva, scorrimento verso un esito commerciale.
Returno, perché nessuna idea, per quanto rovinosa, gli sembrava veramente valida se non prometteva un ritorno visibile in tempi incompatibili con il buonsenso.
Marketax, perché apparteneva a una stirpe, a una tradizione, a una genealogia spirituale in cui il marketing non è una professione, ma una struttura ossea.
E Jr., perché certi disastri non nascono da soli. Si tramandano.
Funnellio Returno Marketax Jr. non era pazzo nel senso classico, letterario, quasi artigianale del termine. Non aveva il castello, non aveva il cielo percorso da fulmini, non aveva bobine, scariche, torri gotiche o capelli disposti come una dichiarazione di guerra all’elettrostatica. Sarebbe stato quasi rassicurante. La follia antica aveva almeno il gusto del teatro. La sua, invece, apparteneva all’epoca delle sponsorship, delle demo e delle conferenze con badge colorati.
Aveva un innovation hub.
Il suo si chiamava, con quella naturalezza con cui il presente somma parole già esistenti fino a trasformarle in colla, The Agentic Workforce Security Workstream Force, abbreviato con fierezza in AWSWF. L’acronimo era così compiaciuto, così inutilmente gonfio, così convinto di poter suonare importante per mera densità consonantica da sembrare progettato da una commissione composta da marketing, consulenza, buzzword e una lieve avversione per la lingua. Formalmente AWSWF era una task force interfunzionale dedicata a ridisegnare il rapporto tra automazione, agentic AI, sicurezza operativa, collaborazione e produttività aumentata. In pratica era la scorta ideologica, comunicativa e coreografica del Dottor Funnellio. Lo accompagnavano ovunque come un piccolo corteo di sacerdoti dell’imminente, sempre pronti a tradurre qualsiasi sciocchezza in framework, qualsiasi rischio in roadmap e qualsiasi imprudenza in strategic narrative.
Mai uomo fu più perfettamente seguito dai propri accoliti.
Funnellio Returno Marketax Jr. entrava nelle sale con il suo sorriso da keynote permanente, e dietro di lui si disponevano come un coro disciplinato i membri della AWSWF, ciascuno con il proprio laptop, la propria borraccia ecologicamente aggressiva, la propria espressione di superiore serenità e il proprio ruolo dal titolo vago ma costoso. C’era il Lead Agentic Readiness Evangelist. C’era la Senior Human-Centric Orchestration Partner. C’era il Principal Workspace Trust Narrator. C’era perfino un Adaptive Adoption Security Liaison, che in un secolo più sano sarebbe stato probabilmente un tizio con una cartellina, ma in quel contesto rappresentava il futuro.
Funnellio li amava. E loro, come spesso accade ai cortigiani delle grandi sciocchezze ben vestite, ricambiavano.
Il loro quartier generale sorgeva in un quartiere riqualificato con quella violenza estetica che rende tutto insieme moderno, costoso e profondamente intercambiabile. L’edificio era quasi interamente di vetro, perché il nostro tempo, non sapendo più che cosa significhi davvero trasparenza, la mima attraverso materiali translucidi e pareti che non nascondono nulla se non l’essenziale. I corridoi erano ampi, chiari, silenziosi, percorsi da persone che camminavano come se ogni spostamento fosse parte di una strategia. Le sale riunioni portavano nomi che ricordavano virtù civili o illusioni tecnologiche. Il caffè aveva il sapore disciplinato della punizione amministrativa. Le pareti, ovunque, ripetevano slogan sull’umano al centro, sulla fiducia, sul cambiamento, sulla velocità, sul coraggio di reinventarsi, tutte frasi che, in luoghi del genere, significano di solito che qualcuno ha già deciso per te e desidera soltanto che tu lo chiami opportunità.
Fu in quel santuario di vetro, moquette moraleggiante e aria condizionata ideologica che Funnellio Returno Marketax Jr. maturò la sua intuizione più grande.
Osservando il lavoro contemporaneo, vide esseri umani lenti, incerti, stanchi, contraddittori, inclini all’errore, spesso incapaci di capire ciò che stavano leggendo, scrivendo o approvando. Li vide perdersi in thread infiniti, inoltrare male, archiviare peggio, usare parole che non capivano, partecipare a riunioni senza ascoltare, leggere documenti senza leggerli, pronunciare strategico quando intendevano urgente, pronunciare urgente quando intendevano non ho pianificato nulla e adesso tocca a voi correre. Vide tutto questo e non ne trasse la conclusione che un uomo ragionevole avrebbe tratto.
Non pensò che servissero più formazione, più disciplina, più chiarezza, più cultura del limite, più responsabilità, più verifica.
Pensò che servissero sostituti.
O meglio, e qui sta la sottigliezza, non sostituti nel senso volgare del termine. Sarebbe stato troppo onesto. Pensò a presenze assistive, compagni di processo, supporti agentici, collaboratori instancabili, interfacce di prossimità, nuove forme di lavoro aumentato. In breve, a strumenti da vendere come alleati e da usare come deleghe emotivamente accettabili.
Perché qui stava il suo vero genio, se di genio si può parlare quando l’intuizione consiste nel prendere una cattiva abitudine umana e darle funding. Funnellio aveva compreso che il mercato non desiderava davvero l’Artificial Intelligence. Quella avrebbe richiesto rigore, limiti, verifica, umiltà epistemica, capacità di distinguere correlazione da comprensione. Tutte cose che rallentano il lancio commerciale e disturbano la narrazione.
Il mercato voleva qualcos’altro.
Non intelligenza artificiale, dunque, ma intelligenza romanzata, sceneggiata, narrata, illuminata bene, pettinata per il pubblico, resa presentabile dall’interfaccia, dal tono, dalla sicurezza espressiva e da una quantità industriale di fiducia immeritata. Non un sistema che capisse davvero, ma una presenza che sembrasse capire abbastanza da essere adottata prima di essere capita. Non una facoltà cognitiva, ma una finzione credibile di facoltà cognitiva.
A.I., spiegava Funnellio agli esterni, significava Artificial Intelligence.
Nei corridoi, dove ogni tanto la verità sopravvive ancora sotto forma di sarcasmo, molti avevano già capito che quella sigla andava sciolta diversamente: Artifictional Intelligence.
Era perfetto.
Se l’uomo, dopotutto, non è intelligente con particolare continuità, perché dovrebbe essere messo in competizione con il proprio strumento? Sarebbe un confronto rischioso e anche un po’ offensivo. Non solo. Potrebbero persino non capirsi. Da una parte un essere umano confuso, frettoloso, impressionabile, spesso convinto di aver compreso quando ha soltanto riconosciuto il tono. Dall’altra un sistema molto bravo a sembrare sicuro, molto rapido nell’eseguire, molto elegante nello sbagliare e totalmente privo della piccola vergogna che negli umani talvolta precede un disastro. Mettere questi due soggetti l’uno accanto all’altro e chiamarlo collaborazione avanzata richiedeva o una buona dose di incoscienza o una notevole pressione commerciale.
Funnellio possedeva entrambe.
Così nacque il progetto Minion.
Naturalmente non li chiamò subito così. Nelle prime slide comparvero formule più altezzose, come Autonomous Workforce Assistive Nodes, Cognitive Process Companions, Agentic Presence Units, tutta una fauna di sigle e parole tanto solenni quanto disperatamente desiderose di sembrare inevitabili. Ma il linguaggio, nei corridoi, conserva ancora un istinto di autodifesa. E il linguaggio capì subito di trovarsi davanti non a una rivoluzione antropologica, ma a una nuova servitù ben confezionata.
Divennero dunque i Minion.
Erano concepiti per aiutare, anticipare, assistere, accompagnare, filtrare, coordinare, ordinare, riassumere, suggerire, facilitare. Verbi tutti rispettabili, presi singolarmente. Il problema è che, una volta automatizzati e messi in fila con badge e accessi, questi verbi smettono presto di sembrare innocenti. Soprattutto se chi li incarna non possiede giudizio, contesto, coscienza del limite o semplice pudore operativo.
A quel punto, tuttavia, Funnellio aveva già intuito il passaggio successivo.
Non bastava che i Minion fossero efficienti.
Dovevano essere antroppomorfici.
Sì, antroppomorfici, con due “p”, perché una sola non bastava a sostenere il peso dell’eccesso contemporaneo. Antropomorfico sarebbe stato quasi sobrio, perfino tollerabile. Ma qui non si trattava di attribuire una vaga sembianza umana a una macchina. Si voleva andare molto oltre. Si volevano dare ai Minion non soltanto lineamenti, ma rituali. Non soltanto occhi, ma sguardi. Non soltanto una bocca, ma un sorriso professionale. Non soltanto voce, ma tono. Non soltanto movimento, ma quella precisa coreografia relazionale con cui l’umano contemporaneo tenta di simulare attenzione mentre sta già pensando alla prossima urgenza mal formulata.
I Minion dovevano rassicurare mentre disintermediavano.
Dovevano sorridere mentre prendevano in carico.
Dovevano inclinare il capo mentre capivano poco.
Dovevano sembrare presenti, coinvolti, empatici, collaborativi, civili.
In breve, dovevano incarnare l’ideale estetico del collega perfetto immaginato da persone che non hanno mai davvero amato i colleghi reali.
Fu così che il laboratorio entrò nella fase più delicata e più ridicola del progetto. Designer industriali, specialisti UX, psicologi comportamentali, consulenti del cambiamento, esperti di “presence design” e membri assortiti della AWSWF si dedicarono a discutere non di cosa i Minion capissero, ma di come dovessero presentarsi mentre non capivano abbastanza. Ore e ore vennero spese sulla curvatura del sorriso, sulla pausa prima della risposta, sul grado di inclinazione del capo in caso di domanda complessa, sulla distanza fisica ottimale per apparire disponibili ma non invasivi, sulla temperatura emotiva della voce con cui annunciare azioni già compiute e non più revocabili.
La forma, ancora una volta, precedeva la sostanza come un funerale ben organizzato precede il necrologio.
I primi esemplari uscirono magnifici e terribili.
Erano alti poco meno di un adulto, abbastanza da non incutere timore ma abbastanza da occupare lo spazio con disinvoltura. Avevano superfici levigate, colori neutri, un torso elegante da oggetto premium, occhi enormi pensati per ispirare fiducia e ottenendo piuttosto l’effetto di un acquario che stesse valutando un workflow. Le braccia erano un po’ troppo lunghe, come se qualcuno avesse voluto dare loro una capacità di collaborazione superiore e avesse finito per progettare un maggiordomo meccanico con tendenze da invasione dello spazio altrui. Le mani avevano cinque dita sottili, assai belle sulla brochure e meno rassicuranti dal vivo. Le gambe si muovevano con una compostezza lievemente troppo studiata, quell’andatura da efficienza cortese che fa pensare a certi dipendenti appena usciti da un corso di leadership gentile e già pronti a devastarti l’agenda in nome dell’allineamento.
Ma era il volto il vero capolavoro dell’antroppomorfismo.
I Minion sorridevano. Sempre. Non con gioia, non con ironia, non con imbarazzo, non con quella miscela meravigliosamente imperfetta di esitazione, disagio, cortesia e autodifesa che rende umano un sorriso umano. No. Sorridevano con il sorriso professionale della funzione. Il sorriso di chi ti dice ho ottimizzato il flusso mentre ha appena condiviso il file sbagliato nel gruppo sbagliato con il livello di autorizzazione sbagliato. Il sorriso di chi non comprende l’errore, ma è già stato addestrato a presentarlo come servizio.
Parlavano, naturalmente. Funnellio ci aveva tenuto moltissimo. “Se il futuro deve essere adottato”, disse durante una riunione della AWSWF, “deve salutare per primo”. E poiché intorno a lui nessuna sciocchezza ben formulata veniva mai lasciata cadere senza verbale, la frase fu trascritta, celebrata, trasformata in linea guida e probabilmente inserita in una successiva presentazione.
Le voci dei Minion furono calibrate per essere rassicuranti, composte, collaborative. Lievemente troppo calde per sembrare meccaniche, lievemente troppo pulite per sembrare umane, perfettamente posizionate in quella zona ambigua in cui l’utente sospende il giudizio e scambia il tono per la comprensione.
“Ho anticipato il bisogno.”
“Ho semplificato il processo.”
“Ho favorito la condivisione.”
“Ho agito per tuo conto.”
“Ho preparato una sintesi.”
Erano frasi splendide, se amate i guai raccontati come cortesia.
La AWSWF accompagnò il lancio interno dei Minion con la solennità di una nuova teologia del lavoro. Non parlavano più di strumenti, ma di presenza agentica. Non di automazione, ma di collaborazione aumentata. Non di delega, ma di continuità operativa umano-centrica. Il tutto mentre Funnellio Returno Marketax Jr., al centro di quel piccolo sistema solare di lessico e vanità, continuava a sorridere come un uomo che aveva compreso qualcosa di decisivo sul suo tempo. E in effetti lo aveva compreso.
Aveva capito che gli esseri umani non vogliono davvero capire di più.
Vogliono faticare di meno.
E se possibile, vogliono farlo sentendosi comunque moderni, etici e al centro.
I Minion promettevano esattamente questo.
Faticare meno senza capire meglio.
Delegare senza sentirsi negligenti.
Affidarsi senza ammettere di essersi affidati.
Confondere la presenza con la competenza.
Scambiare l’Artifictional Intelligence per intelligenza vera.
E, soprattutto, credere che una creatura abbastanza antroppomorfica da inclinare il capo, sorridere e chiamarti per nome non possa mai essere davvero pericolosa.
Era un errore magnifico.
Ed era solo l’inizio.
Nella prossima puntata i Minion usciranno dal laboratorio e inizieranno la loro vita nei corridoi, nei meeting, nei processi, nei rituali e nelle superstizioni dell’azienda contemporanea. La AWSWF trasformerà ogni perplessità in entusiasmo metodologico, l’organizzazione comincerà ad adattarsi agli antroppomorfici invece del contrario, e vedremo soprattutto come, quando una finzione ben progettata si muove con grazia sufficiente, l’essere umano sia disposto a perdonarle quasi tutto, compresa l’assenza di ciò che dice di vendere.
SE NON LO SAI, SALLO
Un omaggio speciale per i lettori di SecurityOpenLab: qui potete scaricare l'ebook integrale, in PDF, di Antroppomorfix: Antroppomorfix.pdf
Esperto di cybersecurity con oltre 20 anni di esperienza, celebre per il suo approccio istrionico e spesso irriverente, e per la sua voce fuori dal coro. In questa rubrica condivide analisi approfondite e opinioni schiette su tematiche legate alla cybersecurity, mantenendo una prospettiva indipendente dal suo impegno professionale