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Ransomware, l'Italia nella top 5 mondiale delle vittime

A luglio il ransomware raddoppia su base annua e l'Italia entra tra i primi cinque Paesi colpiti, mentre cresce l'esposizione dei dati sensibili legata alla GenAI in azienda.

Ransomware, l'Italia nella top 5 mondiale delle vittime
Tecnologie/Scenari

Check Point Research inserisce l'Italia nella top 5 mondiale dei Paesi più colpiti dagli attacchi cyber a luglio, con il 3% degli attacchi complessivi registrati a livello globale e una media di 2.755 attacchi settimanali per organizzazione, in aumento del 14% su base annua. Il Belpaese compare inoltre tra le prime cinque nazioni per numero di vittime ransomware, alle spalle di Stati Uniti, Germania, Canada e Regno Unito. Lo rileva il report mensile dedicato al panorama delle minacce informatiche relativo a luglio 2026.

A livello globale, le organizzazioni hanno subìto in media 2.336 attacchi settimanali, con un incremento del 3% rispetto a giugno e del 16% rispetto a luglio 2025. Il ritmo di crescita mensile è stato più contenuto rispetto a quello registrato a giugno, ma il trend complessivo resta netto, con un aumento del 13,7% da maggio.

Il settore dell'istruzione si conferma il più colpito a livello mondiale, con una media di 4.848 attacchi settimanali per organizzazione, in crescita del 14% su base annua. Seguono il settore governativo con 3.044 attacchi (+11%), le telecomunicazioni con 2.927 attacchi (+6%), energia e utility con 2.759 attacchi (+20%). Per la prima volta nella top 5 figura hospitality, viaggi e tempo libero con 2.614 attacchi (+28%), che è una presenza probabilmente legata alla stagione estiva.

L'America Latina resta l'area con il volume di attacchi più elevato, davanti all'area APAC e all'Africa, terza nonostante un calo del 5%. L'Europa si distingue per il ritmo di crescita, con un aumento del 18% su base annua che porta la regione a una media di 2.051 attacchi settimanali per organizzazione, mentre il Nord America cresce del 9% e si ferma a 1.613 attacchi.

Tra i vettori di accesso, l'email resta un canale a rischio elevato. A luglio un'email ogni 128 (0,78% del totale) è stata classificata come phishing e un ulteriore 20% è rientrato in categorie imparentate come graymail, spam e messaggi sospetti. Inoltre, l'email conferma il proprio ruolo di punto di ingresso per catene di attacco più ampie, dal furto di credenziali alla distribuzione di malware e questo è risultato particolarmente evidente proprio nell'attività ransomware di luglio.

Il cambiamento più marcato del mese riguarda infatti il ransomware. Gli attacchi segnalati hanno raggiunto quota 964, con un aumento dell'87% su base annua e del 49% rispetto a giugno. L'aumento è diffuso su più settori e aree geografiche, ma i Servizi alle imprese restano il comparto più colpito, con il 32,5% delle vittime segnalate. Seguono il manifatturiero con il 14,4%, i beni e servizi di consumo con il 13,4%, sanità e medicale con il 5,7%, information technology con il 5,2%, servizi finanziari con il 4,9%, settore governativo con il 4,8%, trasporti e logistica con il 3,6%, automotive con il 3% e istruzione con il 2,9%.

Sul piano geografico il Nord America resta l'area più colpita, con il 45% degli incidenti ransomware segnalati; l’Europa è seconda (28%) e l’area APAC terza (17%). A livello nazionale, gli Stati Uniti continuano a guidare la classifica con il 39,4% degli attacchi segnalati, seguiti da Germania (5%), Canada (4,4%), Regno Unito (3,5%) e Italia, che chiude la top 5 con il 3% delle vittime.

Cybercrime all’opera

Sul fronte dei gruppi criminali, The Gentlemen e Qilin si confermano i più attivi di luglio, ciascuno responsabile del 14% degli attacchi pubblicati. DeadLock sale al terzo posto con il 10% e 97 vittime rivendicate; si tratta di un gruppo osservato per la prima volta nel luglio 2025, che si distingue per l'uso di tecniche basate su blockchain per ruotare gli indirizzi proxy di command-and-control, abbinate all'impiego di strumenti legittimi di gestione remota per muoversi senza destare sospetti nelle reti compromesse.

Il report di Check Point Research dedica ampio spazio anche al rischio legato alla GenAI. In particolare, a preoccupare è tanto l'uso degli strumenti di AI da parte dei dipendenti quanto i contenuti che vi vengono inseriti (dati dei clienti, documenti interni, informazioni su infrastrutture, aspetti legali, finanziari e HR). A luglio 1 prompt su 36 proveniente da reti aziendali presentava un rischio elevato di perdita di dati sensibili; l'88% delle organizzazioni che utilizzano regolarmente la GenAI è stato coinvolto in attività di prompt ad alto rischio, mentre il 22% dei prompt conteneva informazioni potenzialmente sensibili.

Nel corso del mese, le organizzazioni hanno utilizzato in media 8 strumenti di GenAI e l'utente medio ha generato 95 prompt, rendendo la gestione del rischio una questione di governance oltre che di sicurezza. L'esposizione è risultata più elevata in America Latina e Nord America, mentre Europa e APAC si sono posizionate leggermente al di sotto della media globale. Per settore, Servizi alle imprese e Sanità e medicale hanno registrato il rischio più alto, seguiti da information technology e settore governativo.

Tra le categorie di dati sensibili esposte, le informazioni di identificazione personale restano le più comuni, presenti nel 70% delle organizzazioni. Seguono dati finanziari e infrastruttura di rete e IT, entrambi al 68%, contenuti legali e normativi al 63% e dati relativi a dipendenti e HR al 62%.

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