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AI, agenti e incident response, quando il tempo è il nuovo perimetro

Minacce sempre più veloci, aziende che sovrastimano la propria capacità di gestione degli incidenti, agenti AI che diventano il prossimo vettore d'attacco: ESET fotografa uno scenario in cui sono necessarie nuove soluzioni cyber e tanta formazione per stare al passo con gli attaccanti.

AI, agenti e incident response, quando il tempo è il nuovo perimetro
Tecnologie/Scenari

L'era dei chatbot AI è finita. Siamo entrati nell'era degli agenti AI, e questo cambia tutto: il modo in cui le minacce vengono costruite, si diffondono, colpiscono, con un'accelerazione brutale di tutto ciò che già esisteva. È la tesi con cui Fabio Buccigrossi, VP of South West Europe Sales di ESET, apre l’ultimo evento stampa del primo semestre 2026, e che Michal Jankech, Global VP Enterprise, SMB & MSP, traduce in una scelta strategica precisa: ESET investirà 40 milioni di euro nello sviluppo di modelli proprietari, perché "crediamo che ci debba essere una sovranità nell'AI anche in Europa, e che non possa essere esclusiva delle grandi corporation tecnologiche".

Si tratta di sviluppo da zero, con dati interamente governati da ESET: "non compriamo un'azienda che fa AI per calarla nelle nostre soluzioni," spiega Jankech. "Sviluppiamo modelli verticali per restare efficaci e leggeri" e le prime funzionalità dedicate alla sicurezza degli agenti AI arriveranno a settembre 2026. Gli investimenti saranno modulati in un piano triennale che porterà il team di ricerca e sviluppo ad avere all’attivo circa mille persone fra ricercatori e ingegneri. Lo sviluppo si concentrerà su tre aree: modelli AI indipendenti progettati con approccio security-first, addestrati su quasi 35 anni di telemetria e threat intelligence propria. Uno stack completo di sicurezza AI multilivello, che include ESET Secure AI Relay come layer intermedio sicuro tra utenti, agenti AI e applicazioni aziendali. Una nuova generazione di AI SOC, pensata per rendere la cybersecurity avanzata accessibile anche alle PMI. È già attivo e disponibile come tool gratuito ESET AI Skills Checker, progettato per monitorare il nuovo ecosistema degli agenti AI: da marzo 2026 ha scansionato quasi 900.000 skill univoche, classificandone 25.000 come sospette e bloccandone oltre 3.000 in quanto palesemente malevole.

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Da sinistra: Michal Jankech, Global VP Enterprise, SMB & MSP di ESET; Fabio Buccigrossi, VP of South West Europe Sales di ESET; Samuele Zaniboni, Manager of Sales Engineering di ESET Italia

I dati reali del report

L’informazione sulle skill arriva dal Threat Report H1 2026, che chiarisce anche i vettori d’attacco più prolifici per gli attaccanti: ClickFix, le campagne che sfruttano la fiducia negli output degli LLM, e il phishing, che rimane la minaccia principale per frequenza di incidenti reali, ma si è trasformato in qualcosa di molto più insidioso, perché l'AI generativa permette di costruire messaggi indistinguibili da quelli scritti da un essere umano, clonare voce e video, condurre campagne di spear phishing di qualità. C’è però un disallineamento tra paure percepite e incidenti reali: nonostante quanto appena detto, la minaccia più temuta dagli intervistati è il malware generato con l'AI: "la gente guarda Terminator e i film in cui l'AI ci ucciderà tutti, quando in realtà il problema della vita reale resta il phishing” commenta Jankech. Sul fronte ransomware, il Threat Report registra il dato confortante sulla diminuzione dei pagamenti dei riscatti. Però controbilancia con i rischi annessi alla categoria emergente degli EDR killer, che sono progettati per disattivare gli strumenti di rilevamento.

Il mercato italiano

Calare questi dati nel contesto italiano produce un paradosso che Buccigrossi conosce bene: le aziende italiane sono tra quelle europee più preoccupate di subire un cyberattacco; il 75% si dichiara confidente di poter reagire e superare un attacco. Peccato che la capacità di risposta sia ampiamente sovrastimata perché mancano team interni dedicati alla security, manca una copertura H24 e in generale manca cultura in tutto l'ecosistema. È questo il motivo per il quale è stato creato ESET Cyber Security Awareness Training, con campagne di phishing simulato seguite da percorsi formativi guidati.

Incident response, velocità e AI

Quando si parla di incident response, il parametro che conta sempre di più non è la sofisticazione dell'attacco, ma il tempo: "non si parla più di giorni, quasi neanche più di ore. Si parla di minuti", sottolinea Samuele Zaniboni, Manager of Sales Engineering di ESET Italia, che rimarca: il fatto che "bisogna essere reattivi il più velocemente possibile" non è una novità assoluta, ma l'adozione dell'AI da parte degli attaccanti ha accelerato ulteriormente una dinamica già nota: chi difende deve correre più veloce, con meno margine di errore. Un problema generalizzato, sul quale tuttavia ESET vanta un punto a suo favore: "ESET MDR è tra i più veloci sul mercato, con un MTTR medio di sei minuti", ossia un tempo medio di risposta (Mean Time To Respond) che costituisce il traguardo di un approccio strutturato che Zaniboni sintetizza in quattro fasi distinte.

A confermare la centralità del fattore tempo nei confronti degli attaccanti è il Threat Report H1 2026 di ESET: l'analisi di circa 900.000 skill per agenti AI ha individuato 25.000 skill potenzialmente malevoli e circa 3.000 pericolose. Il dato più significativo, secondo Zaniboni, non è la creazione di nuove categorie di malware distruttivi, ma la velocizzazione di quelli esistenti: "l'AI non ha creato nuove tipologie di malware particolarmente pericolosi, ma ha velocizzato le tipologie di attacchi che già c'erano, e ha reso accessibile l'offensiva anche a chi non ha competenze tecniche elevate."

La prima è il rilevamento: "bisogna accorgersi che qualcosa sta succedendo," spiega Zaniboni, "e qui entra in campo la tecnologia ESET Inspect, l'XDR dell'azienda, che lavora in sinergia con la componente endpoint per fornire all'analista una visione in tempo reale di ciò che accade nell'infrastruttura. Non tutti gli eventi sono necessariamente critici: la detection può evidenziare un indicatore, un evento sospetto, che dev'essere gestito.

Qui scatta la seconda fase, il triage, ovvero la valutazione di ciò che è effettivamente pericoloso, separando i falsi positivi dagli incidenti reali. "La threat intelligence, la tecnologia, l'analisi del comportamento vanno a ridurre il rumore, sempre con l'analista che monitora" dice Zaniboni. In questa fase, come nella precedente e nelle successive, è pervasiva la presenza dell'AI all'interno delle soluzioni ESET: "nell'XDR, nell'endpoint protection, nella sandbox, nel team di security che lavora per reagire".

Sul fronte delle minacce che sfruttano questa accelerazione, il Threat Report H1 2026 segnala un'impennata degli attacchi Clickfix, una variante evoluta di social engineering che porta l'utente a eseguire script malevoli eludendo i tradizionali CAPTCHA. Emblematica è anche la tendenza a sfruttare la fiducia riposta negli output degli LLM: gli attaccanti inducono le vittime a scaricare malware camuffandolo da guide operative generate da chatbot. Il phishing rimane la minaccia numero uno per frequenza di incidenti reali, ma si trasforma: con l'AI è possibile costruire messaggi indistinguibili da quelli scritti da un essere umano, clonare voce e video del CEO aziendale e condurre campagne di spear phishing di qualità senza particolari competenze tecniche, come sottolinea Jankech: "puoi fare un attacco di phishing in cui qualcuno ti chiama fingendo di essere il CEO della tua azienda. Ha la stessa voce, lo stesso aspetto. Ma non è lui."

La terza fase è il contenimento, che Zaniboni definisce "sicuramente la più critica, perché se c'è qualcosa di effettivo va gestito, e qui l'analista e la competenza fanno la differenza". La quarta, spesso sottovalutata, è il coordinamento necessario fra team security e business. A dare un grande supporto in questo è il fatto che ESET eroga il proprio servizio MDR in italiano, che nei momenti di stress, sotto attacco, costituisce un grande vantaggio.

L'AI nel SOC 

Nei SOC convivono oggi due anime differenti, che lavorano di concerto. La macchina fornisce il riferimento per scartare tutte le informazioni che sono di troppo, in un contesto in cui il volume di eventi da analizzare è cresciuto in modo esponenziale, e "soltanto una macchina riesce a condensarli, correlarli e dare loro un'evidenza". Su questa evidenza l'analista prende decisioni e agisce.

In questo contesto, ESET ha sviluppato funzionalità di automazione che sfruttano l'AI per identificare e correlare eventi, costruendo incident "visti non come l'evento sempre e solo catastrofico, ma come un punto di attenzione dove ci sono correlati detection, IOC e quant'altro."

Il tema dell'AI usata in modo non governato emerge con forza anche dalla survey commissionata da ESET, condotta su 4.400 organizzazioni in tutto il mondo. Oltre il 70% degli intervistati dichiara di utilizzare l'AI nelle attività quotidiane di business; più del 75% riconosce che l'AI rappresenta un rischio per la sicurezza. Eppure, la percentuale di chi ha implementato policy o guardrail concreti per governare l'uso dell'AI è significativamente più bassa. Come osserva Jankech: "molti dicono ai propri dipendenti di non usare ChatGPT. Ma chiunque ha uno smartphone personale e può usare Claude, ChatGPT, Gemini. Hai praticamente zero possibilità di controllarlo."

Lo scenario è aggravato dal fenomeno della shadow AI: applicazioni agentiche che si attivano autonomamente, spesso senza che l'organizzazione ne abbia consapevolezza, e che interagiscono con altri agenti o sistemi esterni. Zaniboni segnala un ampliamento del perimetro di interlocuzione aziendale che va di pari passo con queste sfide: "a volte ci dobbiamo relazionare anche con il CISO e non solo con l'IT. La nostra proposta si è evoluta: fino all'anno scorso ci concentravamo su prevenzione, protezione e servizi, oggi abbiamo aggiunto un modulo di cyber security awareness training rivolto agli utenti finali perché la consapevolezza deve crescere a tutti i livelli, non solo tra gli IT manager."

Sul fronte dell'apertura verso l'esterno, Zaniboni conferma che la soluzione ESET si integra con tecnologie di terze parti, che "ci permettono di importare informazioni così da avere una maggiore visibilità. Una cosa importante: ESET importa il dato normalizzato, non il log grezzo, a beneficio dell'analista". Concluso l'incidente, c'è una fase che molte organizzazioni archiviano troppo in fretta: il post-incident review. Zaniboni la paragona al debriefing di un incontro: "non bisogna mai scartarlo, né farlo diventare un obbligo vissuto come tale, perché le persone coinvolte devono sentirsi libere di non essere colpevolizzate".

Il concetto chiave che introduce è quello del blameless: "non serve andare a caccia del colpevole, bisogna fare in modo che tutti imparino dall'incidente", con un approccio che richiede maturità organizzativa e che, nella pratica, si traduce in un'analisi tecnica condivisa su ciò che è successo, così da capire che cosa si può migliorare. "La nostra tecnologia ci permette di ricostruire tutti gli eventi, per avere chiaro cosa è successo e riportarlo alla direzione e al team IT". Così facendo, racconta Zaniboni, la fase post-incident diventa così anche un'occasione formativa, che rafforza la postura complessiva dell'organizzazione. "I playbook devono essere sempre aggiornati e non devono essere monolitici, perché un incident può cambiare: non sono tutti uguali."

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