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Safe City: il polso delle città italiane

Un'analisi Hexagon indica che mediamente siamo ancora indietro rispetto all'ideale delle Safe City, tecnologicamente e dal lato organizzativo

Una ricerca della divisione Safety & Infrastructure di Hexagon ha indagato come viene gestita la sicurezza nelle città italiane. E quali iniziative, anche tecnologiche, siano state intraprese per migliorarla nella logica delle Safe City. La ricerca ha preso in considerazione un campione di 91 Comuni italiani con popolazione superiore ai ventimila abitanti.

La necessità maggiore segnalata al campione dell'indagine è quella di migliorare i sistemi di allerta e protezione del territorio, di fronte agli effetti eccezionali di calamità naturali e cedimenti di infrastrutture. Qualcosa, in effetti, è stato fatto. L'86 percento delle amministrazioni ha attivato iniziative o investito risorse in sicurezza. Portando, secondo quasi sei intervistati su dieci, un miglioramento delle condizioni di sicurezza. Miglioramento, però, percepito dai cittadini solo secondo il 30 percento del campione.

Tecnologicamente, la videosorveglianza è considerata lo strumento più efficace per la prevenzione e la gestione delle criticità. E infatti è la forma prioritaria di intervento nel 73 percento dei Comuni. Per circa la metà delle amministrazioni, però, serve anche un miglioramento organizzativo per le Safe City. Cioè una maggiore integrazione tra le varie autorità della sicurezza: Comuni, Polizia Locale, Protezione Civile, Prefetture, Forze dell'Ordine, Polizia di Stato. Questo richiede ad esempio l'integrazione delle centrali operative e funzioni di analytics che elaborino scenari probabilistici di rischio.

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Per favorire la cooperazione in generale, il campione dell'indagine preferisce nettamente adottare soluzioni tecnologicamente avanzate, in grado di incrociare ed elaborare dati per aiutare chi deve prendere rapidamente decisioni. Questo rispetto a soluzioni "analogiche" come l'estensione dei poteri dei Sindaci. La tecnologia è quindi vista come un fattore che aiuta e semplifica il coordinamento tra gli operatori delle forze di sicurezza pubblica. E con tutti gli attori che incidono sul funzionamento della Safe City stessa: chi gestisce trasporti, multi-utility, telecomunicazioni, PA, ospedali, scuole, grandi aziende.

La teoria va bene, verrebbe da dire. Ma la pratica? Non altrettanto. Le amministrazioni locali possono migliorare molto per la tecnologia che hanno a disposizione e per come la usano. Ad esempio, pochissime (circa il 2 percento) reti di videosorveglianza municipali hanno misure di integrazione con sistemi gestiti da operatori non istituzionali. Altrettanto pochi, anzi un po' meno, sono i casi in cui si è implementata una centrale operativa integrata e unificata.

Il 48 percento dei Comuni coinvolti nell'indagine ha sistemi informativi per l’analisi del territorio. Ma di essi solo il 22 percento ha meccanismi per la condivisione delle informazioni tra gli assessorati interessati. Pochi centri, insomma, sembrano aver compiuto i passi decisivi - tecnologici ed organizzativi - verso il concetto di smart security e Safe City. Quelli "virtuosi" tipicamente si trovano nel Nord Italia e hanno una dimensione medio-piccola (35-70mila abitanti).

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Redazione SecurityOpenLab - 22/05/2019

Tag: videosorveglianza safe city italia hexagon



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