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Quantum computing, dalla sperimentazione alla produzione il salto è ancora lungo

Molte aziende hanno compreso che il computing classico ha raggiunto i propri limiti, ma solo il 13% ha portato progetti quantum in produzione. Ecco a che punto siamo e che cosa manca.

Quantum computing, dalla sperimentazione alla produzione il salto è ancora lungo
Tecnologie/Scenari

Il computing classico ha già raggiunto i propri limiti per il 62% delle organizzazioni con casi d’uso rilevanti. Il fatto che la spinta verso il quantum nasce dalla pressione prestazionale dei sistemi attuali è uno dei dati più significativi del Quantum Readiness Report 2026 di QuEra Computing, condotto su 291 esperti di settore in oltre 25 paesi, di cui 82 nell'Unione Europea.

Purtroppo, solo il 13% delle aziende ha portato progetti quantum in produzione, a fronte del 56% che sperimenta o valuta soluzioni specifiche. È il cosiddetto quantum execution gap, che è il tema più interessante del report, in netta contrapposizione con la readiness percepita: solo il 55% del campione considera la propria organizzazione almeno parzialmente pronta all'adozione, contro il 65% dell'anno precedente. Questo calo percentuale è dovuto alla crescente comprensione di cosa richieda davvero l’implementazione del quantum, che porta anche le grandi organizzazioni a valutare la propria preparazione in modo più critico. Il divario si amplia proprio con le grandi imprese, che rispetto alle realtà più agili devono fare i conti con infrastrutture legacy complesse e cicli decisionali più lunghi.

Le barriere all'adozione, in ordine di rilevanza, sono la maturità tecnologica (58%), i costi (42%) e la disponibilità di talenti (37%). Quest'ultimo dato supera ostacoli spesso considerati più centrali, come l'accesso limitato all'hardware (30%) o l'immaturità degli algoritmi (27%). Per esempio, i progressi nella fault tolerance sono indicati come lo sviluppo più impattante dell'ultimo anno, ma mancano le risorse umane per tradurli in capacità operative. La carenza riguarda ruoli altamente specializzati nella quantum error correction, e colpisce in modo particolare le istituzioni accademiche, che formano i talenti quantum ma faticano a trattenerli di fronte alla domanda del settore privato. Il report chiama questo fenomeno academic talent paradox, dove chi produce le competenze è anche chi le perde per primo.

Il dato europeo fotografa una debolezza strutturale che riguarda anche l'Italia: solo il 51% del campione dell'UE si dichiara fiducioso nel posizionamento del proprio paese sul quantum, contro l'88% del Regno Unito e l'82% degli Stati Uniti. Gli europei pongono maggiore enfasi su sovranità tecnologica, processi di procurement strutturati e integrazione industriale, che è un approccio più cauto ma più sistematico rispetto a quello statunitense. Sul fronte dei budget, per quasi la metà del campione di va verso il consolidamento degli investimenti, che è comunque meglio di una frenata.

Sul fronte delle aspettative, il 43% dei rispondenti prevede che il quantum computing raggiunga un vantaggio sulle architetture classiche in applicazioni selezionate entro cinque anni; un ulteriore 37% colloca questo traguardo in un orizzonte di sei-dieci anni. Le simulazioni rappresentano oggi il caso d'uso più concreto e diffuso, con il 42% delle applicazioni pianificate concentrate su modellazione molecolare, protein folding e chimica delle batterie, ambiti in cui le approssimazioni classiche stanno raggiungendo limiti fisici.

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