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Il punteggio italiano sulle abitudini digitali resta sotto alla media mondiale; il divario si allarga proprio tra chi lavora nel settore informatico, nel manifatturiero e gli over 55.
Il 97% degli italiani sa creare una password sicura; appena il 3% sa muoversi in sicurezza su una rete Wi-Fi pubblica. Sono i due estremi fotografati dal National Privacy Test 2026 di NordVPN, il sondaggio annuale che quest'anno ha raccolto le risposte di 23.181 partecipanti in 167 Paesi su 24 domande dedicate ad abitudini digitali, privacy online e rischi emergenti. L'Italia si colloca al decino posto della classifica globale, guadagnando tre posizioni rispetto all'edizione precedente, ma resta il Paese europeo con il punteggio complessivo più basso: 40%, ossia sei punti sotto alla media globale.
Considerando l'intero arco temporale coperto dalla ricerca (dal 2021 al 2026), il punteggio complessivo rispetto alle abitudini digitali si ferma al 55%, contro il 60% della media globale. Il primo divario riguarda il genere: le abitudini digitali degli uomini italiani ottengono un punteggio del 48% contro il 50% globale. Tra le donne il divario si allarga sensibilmente: 39% in Italia contro 45% nel resto del mondo.
Nel raggruppamento per età, sempre sul fronte delle abitudini digitali, gli under 15 italiani superano la media globale (72% contro 70%), un dato che si spiega probabilmente con l'esposizione precoce e continua ai dispositivi digitali. Il divario cresce aumentando la fascia di età: tra i 15 e i 29 anni il punteggio medio assegnato alle abitudini digitali scende al 59% in Italia, contro il 62% a livello globale. Nella fascia tra 30 e 44 anni il punteggio assegnato alle abitudini digitali scende al 55% contro il 60% globale; tra i 45 e i 54 anni lo stesso punteggio si abbassa ulteriormente al 54%, contro il 61% nel resto del mondo. Il valore più basso assegnato alle abitudini digitali degli italiani si registra nella fascia 55-65 anni, dove la percentuale è del 48%, contro il 56% della media globale.

Anche il livello di istruzione incide sul punteggio assegnato alle abitudini digitali, sebbene in modo meno lineare rispetto all'età. Tra chi ha completato solo la scuola superiore, il punteggio medio assegnato alle abitudini digitali è pari al 54% in Italia, contro il 59% a livello globale. Tra chi possiede una laurea il punteggio sale al 61% contro il 62% globale. Tra chi ha una laurea specialistica il punteggio assegnato alle abitudini digitali è del 58% in Italia, contro il 61% nel resto del mondo. Chi ha conseguito un dottorato di ricerca il punteggio assegnato alle abitudini digitali raggiunge il 64% in Italia, contro il 67% globale. Fa eccezione chi ha frequentato una scuola professionale: qui il punteggio assegnato alle abitudini digitali è del 71% in Italia, superiore al 67% della media mondiale, l'unica fascia di istruzione in cui il punteggio italiano supera quello globale.
Il divario più ampio in assoluto, sempre sul fronte delle abitudini digitali, riguarda il settore professionale. Tra chi lavora nell'informatica, il punteggio medio assegnato alle abitudini digitali è dell'81% a livello globale, il più alto tra tutti i settori misurati; in Italia lo stesso punteggio si ferma al 59%, ossia ventidue punti più basso. Tra chi lavora nel manifatturiero il punteggio assegnato alle abitudini digitali è del 52% in Italia, contro il 59% globale. Tra chi lavora nell'istruzione il punteggio è del 55% in Italia, contro il 60% globale. Il punteggio italiano supera la media mondiale in tre settori: nella sanità (62% contro 61% globale), tra chi è disoccupato o in pensione (65% contro il 62% globale); e nel settore tempo libero e ospitalità (76%, quasi allineato al 77% globale).
Il divario tra conoscenze consolidate e competenze pratiche di protezione emerge con chiarezza nei dati della survey 2026. Oltre alla creazione di password robuste, il 90% dei partecipanti italiani sa quali contenuti rende visibili ai propri follower sui social media; l'80% conosce le tipologie di aziende che possono raccogliere dati di navigazione e l'88% è consapevole che i post pubblicati sui social possono essere utilizzati per addestrare modelli di AI. Il 75% comprende inoltre perché sia importante mantenere aggiornate le applicazioni (diciassette punti sopra la media globale).

Quando il test chiede di applicare queste conoscenze nella pratica, i risultati crollano. Solo il 5% dei partecipanti italiani sa gestire correttamente i dati condivisi attraverso le autorizzazioni delle app, appena il 3% risponde in modo corretto alla domanda sull'uso sicuro del Wi-Fi pubblico e solo il 10% riconosce i rischi per la privacy legati all'uso dell'AI in ambito lavorativo. Praticamente nessuno tra gli intervistati italiani è riuscito a identificare l'insieme completo degli strumenti online utili a proteggere la privacy digitale.
Le minacce più recenti ampliano ulteriormente il divario. Solo il 25% dei partecipanti italiani identifica correttamente gli indicatori chiave di un contenuto deepfake (venticinque punti sotto la media globale); il riconoscimento delle truffe generate con l'AI si ferma al 43%, trentuno punti sotto il dato mondiale. Poco più della metà degli intervistati, il 54%, sa che Meta raccoglie dati anche dagli utenti che non utilizzano la piattaforma. Ancora più bassa la consapevolezza sugli infostealer: solo il 24% conosce il tipo di informazioni, come password e cookie del browser, che questa categoria di malware è in grado di sottrarre.
Tra le indicazioni pratiche proposte per colmare il divario tra conoscenza teorica e protezione effettiva, la prima riguarda la gestione delle credenziali: usare una password diversa per ogni account, custodirle in un password manager affidabile invece che nel browser o nelle note, e attivare le passkey dove disponibili. A questa si affianca l'autenticazione a più fattori, che aggiunge un livello di protezione agli account più importanti, così che una password rubata non basti da sola ad accedervi.

Un altro punto riguarda la comprensione delle funzioni reali degli strumenti di protezione. VPN, password manager, blocco dei tracker e servizi di messaggistica con crittografia end-to-end proteggono aspetti diversi della privacy digitale, mentre gli antivirus tradizionali restano utili contro il malware ma da soli non bastano contro phishing, truffe, tracciamento e attacchi basati sull'AI. Gli esperti raccomandano anche di controllare periodicamente le autorizzazioni concesse alle app, limitandole alle informazioni realmente necessarie come posizione, contatti, microfono o foto, revocando quelle non più utili.
Sul fronte delle reti pubbliche, il consiglio è di verificare sempre di essersi collegati alla rete corretta, evitare operazioni sensibili su reti sconosciute e usare una VPN per crittografare la connessione quando non è possibile fare altrimenti. L'ultimo suggerimento riguarda l'uso degli strumenti di AI generativa: prima di condividere password, dati finanziari, documenti di lavoro riservati o informazioni sui clienti con questi servizi, occorre sapere con certezza che l'operazione sia consentita e che i dati vengano adeguatamente protetti.
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